Le opere di Plauto furono sicuramente moltissime: i contemporanei gli attribuivano dalle 150 alle 200 commedie. Ma Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.), che fu certamente uno dei più grandi eruditi latini, con opere monumentali che sono una miniera di notizie di inestimabile ricchezza, individuò soltanto 21 commedie incontestabilmente autentiche, fra le 130 esaminate che allora si consideravano plautine.
Queste 21 commedie (Amphitruo, Asinaria, Aulularia, Captivi, Curculio, Casina, Cistellaria, Epidicus, Bacchides, Mostellaria, Menæchmi, Miles gloriosus, Mercator, Pseudolus, Pœnulus , Persa, Rudens, Stichus, Trinummus, Truculentus, Vidularia), che si dice siano state ritrovate da Francesco Petrarca in un monastero, sono fortunatamente giunte a noi quasi tutte complete, essendo risultata frammentaria Vidularia e soltanto lacunose Amphitruo, Aulularia, Cistellaria e Bacchides.
È stato motivo di discussione filologica l'originalità o meno di questi testi teatrali, ritenendosi da taluni studiosi che Plauto abbia compiuto una mera contraffazione di modelli preesistenti, limitandosi a tradurre in latino testi greci, soprattutto le commedie di Menandro (a loro volta, in qualche caso, riprese da Euripide), e sostenendosi invece da altri che il linguaggio plautino, inconfondibile per il suo dinamismo comico, non può essere stato frutto di imitazione.
Sembra quest'ultima la tesi più accettabile. Plauto, infatti, per rendere il suo teatro più gradito al pubblico romano (composto da spettatori di varia estrazione, che sedevano ai primi posti se altolocati, mentre affollavano le gradinate più lontane della cavea quand'erano plebei o schiavi), utilizzò - è vero - i testi greci, ma li tradusse in un linguaggio familiare ai suoi ascoltatori, aspro, duttile, ricco ed incisivo, capace di esprimere "ex novo" situazioni ardite e comportamenti persino grossolani, con gesti risoluti, bastonature, contumelie, battute pungenti e risse. Tutto questo era ben lontano dal raffinato gusto del teatro greco, ma più idoneo a suscitare calorosi consensi e ampia partecipazione da parte di quel pubblico.
Proprio questo linguaggio, con la sua tendenza scapigliata alla figurazione caricaturale e alla farsesca aggressività, ha fatto sì che l'eredità di Plauto sia risorta in epoche successive, sino ai tempi attuali in cui le commedie plautine sono recitate di frequente e spunti tratti da quei testi si ritrovano facilmente nell'avanspettacolo, nel teatro musicale e nel film comico.
Le commedie di Plauto - e qui giungiamo all'argomento che ci interessa in modo particolare - sono precedute da due sommari, che spiegano entrambi la trama della commedia, differenziandosi, formalmente, perché uno dei due è in forma di acrostico. Perché questa ripetitività? A tale interrogativo - che, peraltro, non sembra aver molto agitato studiosi e ricercatori - la risposta più ovvia è quella che le due epitomi siano di mano diversa, supponendosi che qualcuno, consapevole della propria bravura, si sia divertito a farne sfoggio inserendo i suoi acrostici nei testi di Plauto.
Scrivere un acrostico è infatti un'operazione di una certa difficoltà, dovendosi - in questo caso - descrivere per sommi capi la trama di una commedia facendo sì che le iniziali dei versi, lette dall'alto in basso, diano il titolo della commedia stessa.
Qualche rara voce afferma di avere scoperto l'incognito autore degli acrostici: Prisciano, vissuto alla fine del quinto secolo a Costantinopoli, famoso per i suoi scritti vertenti su argomenti grammaticali, metrologici e metrici; un personaggio che, per la sua erudizione e la sua propensione alla ricerca scientifica, ben si ritrova nei panni di chi ha avuto il gusto di interferire nelle commedie plautine con un intelligente gioco linguistico.
Per rendere più chiaro l'argomento, trascriviamo il testo dei due sommari che precedono Anfitrione , una delle più note commedie di Plauto, facendo presente che, essendo - come è noto - l'opera intera di Plauto scritta in versi, abbiamo preferito dare in versi anche il compendio in forma di acrostico, con una traduzione appositamente elaborata per questa occasione.
La commedia Pænulus (Il Cartaginese) ha anche un altro titolo, quello di Patruus pultiphagonides (Lo zio mangiapolenta), con cui Plauto utilizza uno sprezzante appellativo che i Romani solevano adoperare per definire i Cartaginesi.
Nessuna commedia plautina ha avuto la fortuna dell'Amphitruo, avendo ispirato, tra i tanti esempi che si potrebbero dare, Il marito di Ludovico Dolce, l'Amphitrion di Juan Timoneda, l'Astrologo di Giambattista Della Porta, l'Amphitryon di Molière, l'Anfitrione di Heinrich Kleist, l'Amphitryon 38 di Jean Giraudoux; senza contare, nel teatro musicale, Out of this world di Cole Porter e Giove in doppio petto di Garinei e Giovannini.
Titus Maccius Plautus
Amphitruo
Argumentum I
In faciem versus Amphitruonis Iuppiter
dum bellum gereret cum Telobois hostibus
Alcmenam uxorem cepit usurariam.
Mercurius formam Sosiae servi gerit
absentis; his Alcmena decipitur dolis.
Postquam rediere veri Amphitruo et Sosia,
uterque deluduntur dolis in mirum modum.
Hinc iurgium, tumultus uxori et viro,
donec cum tonitru voce missa ex aethere
adulterum se Iuppiter confessus est.
Argumentum II
Amore captus Alcumenas Iuppiter
Mutavit sese in formam eius coniugis,
Pro patria Amphitruo dum decernit cum hostibus.
Habitu Mercurius ei subservit sosiae:
Is advenientis servum ac Dominum frustra habet.
Turbas uxori ciet Amphitruo: atque invicem
Raptant pro moechis. Blepharo captus arbiter
Uter sit non quit Amphitruo decernere.
Omnem rem noscunt; geminos Alcumena enititur.
Tito Maccio Plauto
Anfitrione
Primo sommario
Giove, camuffatosi da Anfitrione, mentre questi faceva guerra ai Teleboi nemici, ne ha profittato per godersene la moglie Alcmena.
Mercurio assume l'aspetto dello schiavo Sosia, anche lui assente; Alcmena è presa in questa trappola.
Quando ritornano il vero Anfitrione e il vero Sosia, anche loro sono presi in giro in modo singolare.
Di qui nascono reciproche accuse e scompigli fra moglie e marito, finché Giove, facendo risuonare dall'alto del cielo la sua voce in mezzo ai tuoni, confessa il suo adulterio.
(traduzione di Ettore Paratore)
Secondo sommario
Amor che prese Giove di Alcmena
Mutar fe' la sua forma quale sposo,
Pugnando Anfitrion contro i nemici.
Ha Mercurio, qual Sosia, dato aiuto:
In inganno son tratti il servo e il capo.
Turbe Anfitrion contro la moglie muove:
Rissan per gli adultèri. E Blefarone
Un lodo sul vero Anfitrion dare non sa.
Ogni dubbio si scioglie, ed Alcmena
partorisce i gemelli.
(traduzione di Giorgio Weiss)
La nascita di Ercole
Ah! La faccenda oggi mi è riuscita proprio a dovere: ho allontanato dalla porta il più pericoloso guastafeste; così mio padre può abbracciarsi tranquillamente la sua bella. Intanto quello lì, quando sarà tornato dal padrone Anfitrione, gli racconterà che lo schiavo Sosia lo ha cacciato dalla porta: il padrone crederà che quello gli stia dicendo una bugia e non sia venuto qua, trasgredendo ai suoi ordini. Li riempirò di confusione, farò perdere la testa a loro e a tutta la gente di casa, finché mio padre non sarà stufo della sua bella: allora tutti finalmente sapranno che cosa è accaduto, e Giove riappacificherà Alcmena con suo marito. Perché Anfitrione nel primo impeto adunerà le folle contro la moglie e la accuserà di adulterio: poi mio padre ricondurrà la calma dopo la tempesta. Ora c'è da dire di Alcmena quello che finora ho soltanto accennato: oggi essa partorirà due gemelli. L'uno sarà nato nove mesi dopo il concepimento, l'altro settimino. Il primo è figlio di Anfitrione, il secondo di Giove. Però il figlio più piccolo ha il padre più grande; il figlio più grande ha il padre più piccolo. Ora avete capito? Però, per riguardo ad Alcmena, mio padre si è preoccupato che la loro nascita avvenisse in un parto solo. Con una doglia sola si libererà di due travagli, e così eviterà il sospetto di adulterio, e la tresca rimarrà nascosta.
In breve, questa è la descrizione degli eventi che hanno preceduto la nascita di Ercole (l'eroe e semidio greco Eracle). Plauto qui si discosta dalla versione mitologica con una trovata veramente geniale: un parto gemellare conseguente a due concepimenti, quello di Anfitrione e l'altro di Giove, avvenuti in momenti successivi.