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Trovatori

A partire dalla seconda metà dell’anno Mille nacque e si sviluppò – in un’area che comprende la Linguadoca, l’Alvernia, il Limosino, il Poitou e la Provenza – una grande produzione letteraria in versi, definita poesia trobadorica dal verbo trobar “trovare, comporre versi”.

Questi poeti lirici in lingua d’oc, di varia estrazione sociale (nobili, chierici, cavalieri e plebei), si spostavano da una corte all’altra esibendo il loro canzoniere, sempre accompagnato da una musica composta dallo stesso autore dei versi. Nel 1100 e 1200, che può dirsi il periodo aureo della poesia trobadorica, si ha notizia di almeno 400 trovatori, ma si ha ragione di ritenere che essi fossero molti di più, considerate anche le numerose liriche giunteci in forma anonima.

I trovatori scrivevano soprattutto canzoni, ma anche sirventesi (in genere satire personali, politiche o militaresche), tenzoni (dibattiti, il cui tono poteva variare dalla più sottile eleganza intellettuale alla leggerezza scherzosa, sino all’ingiuria od all’oscenità), pastorelle (brevi descrizioni di incontri campestri tra il poeta e una pastora), ed altro; comunque è soprattutto l’amore, inteso secondo le regole della “cortesia”, l’argomento primario di questa produzione letteraria. La poetica trobadorica, icasticamente definita “ fin’amor” (ossia amore fine o perfetto), si adegua perfettamente a quella che era la sostanza della civiltà di una società feudale, in cui l’innamorato era – secondo le rigide norme di quel codice di comportamento – in una posizione di devota soggezione rispetto alla donna, stimata quale radice di ogni bene e della felicità suprema. Una felicità che si realizzava attraverso un percorso obbligato: l’ammissione dell’innamorato all’omaggio e all’esplicitazione delle lodi per la donna amata, per poi ottenere il bene dell’amicizia, che sarebbe potuto giungere, in una seconda fase, a varie gradazioni di affetto.

Considerato che la donna da amare era sempre e soltanto una donna sposata, può capirsi che l’etica medievale del “fin’amor” non poteva che essere basato su una consapevole rinuncia ai piaceri del sesso da parte dei trovatori, talché questi erano indotti, in sostanza, a coltivare una sorta di amore narcisistico verso la propria poesia, dedicandosi a ricercatezze metriche e linguistiche, al parlare difficile del “trobar prim” o all’ermetismo del “trobar clus”. È peraltro da notare che, pur nella castigatezza dei costumi, l’“amor cortese” consentiva cenni e fugaci riferimenti di tipo sessuale; cosicché non è raro imbattersi nei canzonieri in espressioni di grande sensualità in ordine ai piaceri, pur sognati, del corpo dell’amata. E poi, molto probabilmente, proprio per essere costretta entro spessori di rigida astrattezza, la poesia trobadorica deve essere riuscita a scoprire nel sottofondo del suo rigoroso formalismo lo svago e il diletto del linguaggio giocoso. Tale componente ludica è facilmente reperibile nei testi qui raccolti, in cui talvolta si gioca, paradossalmente, con i più espliciti nomi del sesso, nell’assenza, tuttavia, di qualsiasi morbosità. Va inoltre osservato che questi testi non abbandonano mai, nel loro incedere ritmico, le raffinate regole del canto di lode e, anche nei versi più licenziosi, danno l’impressione di essere privi della stessa nozione di peccato. I componimenti che seguono sono stati scelti perché in possesso di un denominatore comune: i segni di una scrittura da cui traspare un consistente potenziale erotico. Ovviamente questa fondamentale caratteristica è evidenziata dai trovatori nelle loro canzoni nei modi più diversificati, come i lettori avranno modo di rilevare scorrendo la nostra raccolta, pubblicata secondo l’ordine alfabetico degli autori. La tenzone fra Mir Bernart, poeta cataro della fine del XII secolo, e Sifre, a noi ignoto, dibatte l’eterna questione se sia lecito propendere sempre per l’accoppiamento “secondo natura e costumanza” o se ci si debba limitare ad abbracci, carezze e baci quando si abbia il ruolo di amante (e non di marito), come sostiene il più castigato Sifre.

Una successiva tenzone vede un certo Uc de Maensac contendere con Peire Cardenal, uno dei trovatori più noti, morto quasi centenario lasciandoci 96 composizioni. Il problema è sempre quello: c’è chi gode le ricompense simboliche ricevute per il suo bel canto e chi invece preferisce infilarsi nel desiato nido senza cantare. Raimon de Cornet, trovatore di scuola tolosana nella prima metà del XIV secolo, finì la sua vita da cistercense. Egli ci ha lasciato il trattatello Doctrinal de trobar ed un vasto canzoniere, tra cui la beffa descritta nel testo allegato, che vede come vittima un ecclesiastico, un tema allora molto diffuso. Nel testo di Peire Duran i protagonisti sono una moglie che lamenta che il suo coniuge abbia sempre usato soltanto una metà del suo pene ed un marito che ribatte di aver usato questo accorgimento per salvarle la vita, date le spropositate dimensioni del suo membro. L’umorismo che si sprigiona efficacemente da questo dibattito coniugale poggia su quella supposta enormità, sulle devastanti misure di un organo virile.

Del trovatore Guilhem de La Tor, che svolse la sua attività poetica dal 1216 al 1233 presso le corti d’Este e di Malaspina, si conoscono 14 composizioni, tra cui quella qui pubblicata che mostra il riuscito tentativo di dar vita ad una vera iperbole letteraria nella descrizione di una nottata trascorsa con una bella e assatanata ostessa. Guilhem de Peitieu, ossia Guglielmo VII Conte di Poitier e IX Duca di Aquitania (1071-1128), uno dei primi trovatori, due volte crociato e due volte scomunicato per condotta disinvolta, ci ha lasciato undici componimenti considerati tra le pagine più spigliate e divertenti del trobadorismo.

Il racconto in versi del terribile gatto rosso, del falso muto e delle diaboliche e voraci donna Agnese e donna Ermesenda ci mostra quanto grandi e diversificate fossero, fin dalle origini, le capacità espressive dei trovatori. Questa operina - che può rammentarci le vicende di Masetto da Lamporecchio narrate nel Decamerone (novella prima della terza giornata) – sembra atteggiarsi a parodia di quello stile epico proprio della “chanson de geste”. L’arguto stile beffardo dell’emerito trovatore Guglielmo di Poitier appare in chiara evidenza anche in questo secondo componimento, scritto, contro i mariti possessivi, in odio alla cintura di castità; poichè – egli sostiene, tra licenziosità e sarcarmo - come ogni bosco che a tagliarlo migliora, così il non uso ogni cosa sciupa. Il componimento di Daude de Pradas, trovatore operante tra il 1214 e il 1282, presenta nel testo una suddivisione ternaria che arieggia quei tre livelli d’amore che costituiscono un cardine della sapienza medievale. Vi si descrive il semplice corteggiamento che va limitato ai baci, si passa all’intesa amorosa in cui ci si può avventurare in palpeggiamenti vari, si chiude infine con l’incontro con prostitute che giustamente facciano godere e ammaestrino nei “giochi più golosi”. Segue un testo di Raimon Rigaut costituito – come è evidente – da tre composizioni autonome e non da tre strofe di una sola composizione. “Anticortese” sembra la poesia iniziale che sostiene la pretesa di consumare, in primo luogo, il rapporto carnale e successivamente omaggi e affettuosità.

Ciò contrasta con la seconda poesia in cui si afferma che il sesso e non i baci possono uccidere la voglia. La terza poesia è una reprimenda moraleggiante nei confronti delle donne che si concedono a giovanotti che non sanno nulla dell’amore. Il successivo testo di autore anonimo, che inizia con il verso “d’avere amante l’altrieri credetti”, propone una trama che è stata molto sfruttata sia in letteratura che sulla scena: la beffa di una decrepita vecchia che, nel buio della notte, prende nel letto il posto di una seducente giovinetta. Sempre di anonimo è la storia di una sguaiata porcaia che viene amabilmente corteggiata da un gentiluomo; ma quando lei mostra di cedere questi si dà bellamente alla fuga. È di tutta evidenza che si tratta di una parodia di quel genere di composizioni dette pastorelle; una parodia che avrà divertito l’elegante e vacua società salottiera dell’epoca. Non è, peraltro, da trascurare l’abile uso esercitato dall’autore dell’ardua tecnica linguistica della “retrogradatio”: l’ultimo verso della prima strofa fa rima con il primo verso della seconda strofa, il penultimo verso della prima strofa fa rima con il secondo verso della seconda strofa, il terzultimo verso della prima strofa fa rima con il terzo verso della seconda strofa e così via, percorrendo attraverso questo graduale allontanamento delle rime l’intero tessuto poetico delle otto strofe della canzone.

Nel componimento che segue, di anonimo, l’iterazione, battuta e ribattuta, del termine fotre (“fottere”) crea un clima giocoso che si fonda soprattutto sulla meccanica ossessiva ripetitività di quella vogliosa funzione che, sfortunatamente, finirà col rendere “messere Fottente, fottente stracco, afflitto e disgraziato”. Per chiudere proprio “in bellezza” questa silloge, ecco un delizioso ritratto, di autore anonimo, di una fanciulla in fiore. La carica erotica che si sprigiona da questi versi nel descrivere i prelibati luoghi del desiderio ha una essenzialità ed una delicatezza degne di un vero piccolo gioiello poetico.

 

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