skip to content

Risorgimento e poesia

Gli straordinari avvenimenti susseguitisi in Italia, dalla fine del Settecento agli albori dell'Ottocento, con le campagne napoleoniche, stravolsero in rapida successione l'ordinamento politico e territoriale allora esistente: vedi la proclamazione delle Repubbliche Transpadana e Cispadana (poi fuse nella Repubblica Cisalpina), della Repubblica Romana, della Repubblica Partenopea, fino all'incoronazione di Napoleone re d'Italia nel 1805. Successivamente, caduto Napoleone, il Congresso di Vienna, con il suo atto finale del 9 giugno 1815, ridette all'Europa il vecchio assetto, restaurando in Italia gli antichi sovrani.

Il fatto che le vecchie dinastie fossero state restaurate, che il Papa regnasse di nuovo nello Stato Pontificio e persino che in Italia settentrionale fosse ripreso il dominio austriaco poté forse sembrare, a gran parte della popolazione, una realtà sopportabile, sotto l'aspetto pratico e psicologico, anche perché uno Stato italiano non era mai esistito prima, le differenze fra nord, centro e sud erano profonde ed assai ristretta era la classe culturale che aveva a cuore il bene pubblico.

Tuttavia, nella penisola scoppiarono subito sporadici ma intensi fermenti di un'ansia rinnovatrice e trasformatrice, che si sarebbero presto diffusi in tutto il territorio, dando vita ad una feconda irrequietezza, una lotta del nuovo contro il vecchio.

In letteratura (come anche nella musica e nell'arte) fiorì, allora, un grande risveglio di creatività, che spesso ebbe rapporti assai diretti con l'attività politica. Gli avvenimenti dell'epoca - di notevole impatto, anche perché implicavano un rinnovato sentimento della identità nazionale - erano infatti tali da incidere profondamente sull'animo degli artisti, tanto da stimolare in molti di loro afflati di grande e vivido patriottismo.

Può quindi dirsi, senza tema di esagerazione, che gran parte della produzione letteraria nel periodo risorgimentale ebbe il merito di contribuire fattivamente alla realizzazione dell'unità d'Italia. E questo merito (lo diciamo con una punta di orgoglio) va in particolar modo attribuito all'attività poetica, in virtù delle doti di immediatezza, icasticità e schiettezza, e della capacità di coinvolgimento emotivo che sono proprie di questo genere letterario.

Questa attiva partecipazione dei poeti alle imprese del Risorgimento è stata, quindi, di grande rilievo, non solo per aver avuto il pregio e il privilegio di contribuire efficacemente a suscitare ampio consenso anche nelle classi meno pronte a cogliere l'importanza del nascente periodo storico, riuscendo ad infiammare gli animi dei cittadini con versi pregni di amor patrio, ma anche per aver lasciato tracce, spesso di indubbio valore, nella storia letteraria.

Di questi poeti diamo una rassegna cronologica che, con qualche inevitabile e involontaria omissione, vuol dare il quadro di un particolare periodo e rappresentare, esemplarmente, l'attività di autori che hanno saputo incidere con il loro impegno civile e politico nella realtà del loro tempo.

Ci troviamo di fronte a stili e forme che, per lo più, incarnano, dato il gusto allora imperante, l'ultima fase del neoclassicismo italiano, con l'uso di modelli, simboli e atteggiamenti ricavati dalla storia greca e romana.
In parte, si tratta di versi che si sono dovuti ricercare, con fatica, nel fondo delle biblioteche ove ormai da tempo giacciono; ma tale impegno è stato ripagato dal piacere di avere, in qualche modo, colmato una deprecabile lacuna nelle attuali scelte editoriali. Anche se c'è da dire che il concetto di patriottismo può sembrare, di questi tempi, non consono ai princìpi europeistici.

C'erano molte certezze fra quegli uomini dell'Ottocento, quando l'Italia era politicamente divisa; oggi, nell'Italia unita, ci si deve chiedere se non sia opportuno cercare di riattivare, nel nostro Paese, un senso di comune appartenenza storica, che sia fonte di solidarietà civile.

Giovanni Berchet (1783-1851)

Tra i fondatori del Conciliatore, si iscrisse alla Carboneria nel 1820 ed esulò, avendo partecipato ai moti del 1821, prima a Parigi, poi a Londra e nel Belgio. Rientrato nel 1845, partecipò all'insurrezione di Milano (1848) e fu costretto a riparare in Piemonte dopo il ritorno degli austriaci.

Il romito del Cenisio

In questa famosa lirica di 150 versi Berchet raffigura un viandante straniero che, valicato il passo del Cenisio al confine tra Italia e Francia, si affaccia sulla pianura italica con l'entusiasmo di chi si ripromette di visitare un paese colmo di bellezze. Quella gioia è all'improvviso rotta da Onorato Pellico, padre di Silvio, che lo apostrofa esprimendogli il suo incolmabile dolore per gli immensi guai d'Italia: "Da quest'Alpi infino a Scilla/ è delitto amar la patria,/ è una colpa il sospirar."
Onorato Pellico ricorda inoltre il suo figliolo incarcerato: "Oh, l'improvido! l'han colto,/ come agnello al suo presepio;/ e di mano al percussor/ sol dai perfidi fu tolto/ perché, avvinto in ceppi, il calice/ beva lento del dolor."
Al sentire tutto questo, il desiderio dello straniero di visitare l'Italia svanisce di colpo: "A' bei soli, a' bei vigneti,/ contristati dalle lagrime/ che i tiranni fan versar/ ei preferse i tetri abeti,/ le sue nebbie ed i perpetui/ aquiloni del suo mar."

All'armi! All'armi!
(scritta in occasione delle rivoluzioni di Modena e Bologna scoppiate nel 1831)

Su, figli d'Italia! su, in armi! coraggio!/ Il suolo qui è nostro: del nostro retaggio/ il turpe mercato finisce pei re./ Un popol diviso per sette destini,/ in sette spezzato da sette confini,/ si fonde in un solo, più servo non è.
Su, Italia! su, in armi! venuto è il tuo dì!/ dei re congiurati la tresca finì!
Dall'Alpi allo Stretto fratelli siam tutti!/ Su i limiti schiusi, su i troni distrutti/ piantiamo i comuni tre nostri color!/ il verde, la speme tant'anni pasciuta;/ il rosso, la gioia d'averla compiuta;/ il bianco la fede fraterna d'amor.
Su, Italia! su, in armi! ecc.

L'ode continua con altre tre strofe; ma ci preme riportare, al riguardo, un commento del De Sanctis: "Abituati a vedere la nostra bandiera, oggi la guardiamo con indifferenza, senza ricordare che è stata bagnata da tanto sangue ed ha ispirato tanto entusiasmo. Con che palpiti, quei tre versi del verde, rosso e bianco erano mormorati sottovoce, quando pareva un sogno vedere sventolare la bandiera tricolore!".

Alessandro Manzoni (1785-1873)

In età giovanile Manzoni ebbe contatti con gli esuli politici che si erano rifugiati a Milano (tra cui i letterati Vincenzo Cuoco e Francesco Lomonaco, reduci dalla rivoluzione napoletana del 1799) e si accostò alle idee dell'anticlericalismo e del radicalismo giacobino: vedi il poemetto in quattro canti Del trionfo della libertà (1801), dove è celebrata la sconfitta del dispotismo ad opera della libertà trionfante nella Repubblica Cisalpina. Successivamente la sua cultura si aprì a una dimensione europea, grazie alla frequentazione, a Parigi, di ideologi repubblicani come Claude Fauriel. Nel 1810 tornò a vivere a Milano e la sua casa divenne luogo di frequenti riunioni fra poeti e letterati: Carlo Porta, Tommaso Grossi, Giovanni Berchet e i redattori del Conciliatore. Manzoni, tuttavia, non collaborò mai a questo periodico, pur condividendone sostanzialmente le posizioni, e neppure partecipò direttamente ai moti del Risorgimento. È peraltro fieramente ispirata da motivi patriottici l'ode Marzo 1821 (pubblicata nel 1848 insieme al frammento Il proclama di Rimini) di cui riportiamo le prime due strofe.

Marzo 1821
Soffermàti sull'arida sponda,/ vòlti i guardi al varcato Ticino,/ tutti assorti nel novo destino,/ certi in cor dell'antica virtù/ han giurato: "Non fia che quest'onda/ scorra più tra due rive straniere:/ non fia loco ove sorgan barriere/ tra l'Italia e l'Italia, mai più!".
L'han giurato: altri forti a quel giuro/ rispondean da fraterne contrade,/ affilando nell'ombra le spade/ che or levate scintillano al sol./ Già le destre hanno strette le destre;/ già le sacre parole son porte:/ O compagni sul letto di morte,/ o fratelli sul libero suol.

Alessandro Poerio (1802-1848)

Partecipò ai moti del 1821 e fu costretto ad espatriare in Germania, Francia e Inghilterra. Morì durante la difesa della Repubblica di Venezia per le ferite riportate in uno scontro a Mestre.

Il Risorgimento
È un lungo, martellante, potente incitamento (in versi senari) a far risuonare le armi, in un empito di solidarietà nazionale, in una guerra che sia tremenda contro gli stranieri invasori: "E, Italia, i tuoi figli/ correndo ad armarsi/ con libera man,/ nel forte abbracciarsi/ tra lieti perigli/ fratelli saran./ O sparsi fratelli,/ o popolo mio,/ amore v'appelli."
La chiusa della poesia vaticina nuove fortune a questa nazione che già possiede un'unità linguistica: "Fiorente - possente/ d'un solo linguaggio,/ alfine in te stessa,/ o Patria vagante,/ eleggi tornar;/ ti leva gigante,/ t'accampa inaccessa,/ su' monti e sul mar."

Giulio Uberti (1806-1876)

Cantato da Felice Cavallotti nella poesia Tre ritratti, Uberti è un poeta di fede mazziniana che fu cospiratore ed esule. Tra i suoi componimenti v'è questa descrizione di un'Italia assoggettata allo straniero, molto efficace per il suo martellante ritmo.

Italia
Stranier t'arresta!/ La via funesta/ non seguitare/ tra l'Alpe e il mare./ Sotto una luce/ di luna truce,/ uno stagnante/ lago fumante/ ha seppellite/ in sua mefite/ cento città./ E sullo strato/ illuminato/ dall'acqua nera,/ d'una megera/ il ceffo orrendo/ splende ridendo./ Quante guizzanti/ serpi fischianti/ sui flutti in limo/ compatte e in fimo!


Francesco Dall'Ongaro (1808-1873)
Deputato alla Costituente della Repubblica Romana nel 1849, fu poi costretto ad un decennio di esilio in Belgio e in Svizzera. Negli Stornelli Italiani (di cui diamo un esempio del 1851, anno delle cospirazioni mazziniane di Mantova) divulgò temi patriottici in forma piana e cantabile.

Mazzini
Chi dice che Mazzini è in Alemagna,/ chi dice ch'è tornato in Inghilterra,/ chi lo pone a Ginevra e chi in Ispagna,/ chi lo vuol sugli altari e chi sotterra./ Ditemi un po', grulloni in cappa magna/ quanti Mazzini c'è sopra la terra?
Se volete saper dov'è Mazzini,/ domandatelo all'Alpi e agli Appennini./ Mazzini è in ogni loco ove si trema/ che giunga a' traditor l'ora suprema./ Mazzini è in ogni loco ove si spera/ versar il sangue per l'Italia intera.

Giuseppe Giusti (1809-1850)

Interprete degli spiriti moderatamente rivoluzionari della piccola borghesia toscana, cresciuta sotto i governi piuttosto tolleranti dei Granduchi Ferdinando III e Leopoldo II, Giusti fu tuttavia pronto a partecipare ai moti del 1848 in Toscana e per qualche mese fu anche deputato nell'Assemblea Legislativa. Nelle poesie composte tra il 1831 e il 1845 domina la satira morale e sociale; nelle più tarde prevale invece l'ispirazione politica, con attacchi soprattutto agli estremisti, ed in particolare al Guerrazzi, uno scrittore sempre in aspra polemica con i moderati. Un caso a sé è la celebre poesia Sant'Ambrogio, ove il motivo patriottico è svolto, manzonianamente, in chiave di cristiana fraternità.

Sant'Ambrogio

Questa poesia in ottave si riferisce ad una visita del Giusti a Milano nel 1846, fatta per conoscere di persona Manzoni. Il poeta mostra di rivolgersi a un funzionario del Governo austriaco, probabilmente il Capo della polizia ("Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco/ per que' pochi scherzucci di dozzina,/ e mi gabella per anti-tedesco/ perché metto le birbe alla berlina"), per riferirgli che, essendo capitato per caso nella basilica di Sant'Ambrogio, aveva trovato lì una folla di soldati, boemi o croati, che: "se ne stavano impalati,/ come sogliono in faccia a' generali,/ co' baffi di capecchio e con que' musi,/ davanti a Dio diritti come fusi.". L'autore, in un primo momento, prova un senso di ribrezzo ("sentiva un afa, un alito di lezzo:/ scusi, Eccellenza, mi parean di sego,/ in quella bella casa del Signore,/ fin le candele dell'altar maggiore."); ma la banda inizia a suonare il verdiano O Signore, dal tetto natio e immediatamente dopo sorge dalla soldatesca un lento cantico che sembra esprimere desiderio d'amore e nostalgia della terra natia. Quando tutto tace, il poeta si rende conto che quei soldati sono anch'essi schiavi di un potere straniero: "Povera gente! Lontana da' suoi,/ in un paese qui che le vuol male,/ chi sa che in fondo all'anima po' poi/ non mandi a quel paese il principale!/ Giuoco che l'hanno in tasca come noi./ Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,/ con la su' brava mazza di nocciuolo,/ duro e piantato lì come un piuolo".

Aleardo Aleardi (1812-1878)
Prese parte attiva ai moti del 1848-49, prima a Roma, poi a Venezia. Incarcerato dagli austriaci nel 1852 e nel 1859, fu poi deputato al Parlamento unitario. Nella sua poesia non mancano temi patriottici e istanze a carattere sociale.

Versi detti sulle fosse dei morti a Curtatone e Montanara da un drappello di visitatori


Sante primizie d'una santa guerra/ cadute non indarno,/ noi siam venuti da la nostra terra/ irrigata dall'Arno,/ da quella terra che di voi si vanta,/ sante primizie d'una guerra santa.
Pellegrini d'amor, siam qui venuti/ a visitar gli avelli/ ove dormite; a porgervi i saluti/ dei lontani fratelli,/ anzi di tutti gli Itali, risorti/ mercé dei prodi che per lor son morti.
Qua inginocchiati sulle vostre fosse/ che chiudon tanto affetto,/ su queste zolle già del sangue rosse/ che vi sgorgò dal petto,/ preghiamo il ciel, perché de' nostri figli/ la dolce schiera a voi si rassomigli.
Preghiamo il Ciel che florida, gagliarda,/ terribile ai nemici/ torni e si serbi nell'età più tarda/ Italia. O voi felici/ che non vedeste di Custoza il giorno,/ né da Lissa l'ignobile ritorno.
Quando fiorisca nuovamente il maggio,/ se lo consenta Iddio,/ noi rifaremo il memore viaggio./ Or, senza pianto, addio/ o piccioletta e splendida falange,/ ché sugli eroi si freme e non si piange.

Giovanni Prati (1814-1884)

Si dedicò assai presto alla poesia e alla cospirazione politica. Acceso fautore della monarchia sabauda, durante i moti quarantotteschi fu allontanato prima da Venezia, poi da Firenze. Stabilitosi in Piemonte, seguì il governo unitario a Firenze e a Roma, dove divenne senatore. La sua opera comprende alcuni poemi e poemetti, nonché numerose raccolte di liriche, spesso di impegno patriottico, tra le quali Anniversario di Curtatone (di cui riportiamo le ultime tre delle dieci strofe).

Anniversario di Curtatone

O benedetti e prodi/ di Curtaton, salute!/ O della bella Ausonia/ gigli defunti al crin!/ Nella region degli angeli,/ anime conosciute,/ voi ben saliste a un secolo/ senz'ombra e senza fin.
Pur, di colà guardando/ sulle natie contrade,/ dove il cimier del barbaro/ sinistramente appar,/ certo aspettate il folgore/ di più felici spade/ che allegri i morti e vendichi/ l'alpe avvilita e il mar.
Deh! questo arrivi e quando/ più gloriosa e forte/ rivòli ai sette popoli/ dal ciel la libertà,/ scordata allor la lugubre/ canzone della morte,/ l'inno guerrier di Gerico/ l'arpa de' bardi avrà.

Arnaldo Fusinato (1817-1889)
Volontario nel 1848, partecipò l'anno dopo alla difesa di Venezia, per la cui resa scrisse la celeberrima ode A Venezia (di cui si riportano le prime cinque delle undici strofe).

A Venezia
E' fosco l'aere,/ il cielo è muto,/ ed io sul tacito/ veron seduto,/ in solitaria/ malinconia/ ti guardo e lagrimo,/ Venezia mia!
Fra i rotti nugoli/ dell'occidente/ il raggio perdesi/ del sol morente,/ e mesto sibila/ per l'aria bruna/ l'ultimo gemito/ della laguna.
Passa una gondola/ della città./ "Ehi, dalla gondola,/ qual novità?"/ "Il morbo infuria,/ il pan ci manca,/ sul ponte sventola/ bandiera bianca!"
No, no, non splendere/ su tanti guai,/ sole d'Italia,/ non splender mai;/ e sulla veneta/ spenta fortuna/ si eterni il gemito/ della laguna.
Venezia, l'ultima/ ora è venuta;/ illustre martire,/ tu sei perduta./ Il morbo infuria,/ il pan ti manca,/ sul ponte sventola/ bandiera bianca!

Luigi Mercantini (1821-1872)

Attivamente impegnato nei moti risorgimentali, scrisse numerose liriche patriottiche di facile intonazione, tra cui sono famose (e perciò ne riportiamo soltanto le prime strofe) La spigolatrice di Sapri (1857), poesia dedicata alla spedizione di Carlo Pisacane nelle Due Sicilie (24 giugno-2 luglio 1827), conclusasi con la sconfitta in località Sanza ad opera delle truppe borboniche, e Canzone italiana, musicata da Alessio Olivieri e nota come L'inno di Garibaldi (1859).

La spigolatrice di Sapri

Eran trecento, eran giovani e forti,/ e sono morti!
Me ne andava al mattino a spigolare/ quando ho visto una barca in mezzo al mare:/ era una barca che andava a vapore,/ e alzava una bandiera tricolore./ All'isola di Ponza si è fermata,/ è stata un poco e poi si è ritornata;/ s'è ritornata ed è venuta a terra:/ sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra.
Eran trecento, ecc.
Sceser con l'armi e a noi non fecer guerra,/ ma s'inchinaron per baciar la terra./ Ad uno ad uno li guardai nel viso:/ tutti aveano una lagrima e un sorriso./ Li disser ladri usciti dalle tane,/ ma non portaron via nemmeno un pane;/ e li sentii mandare un solo grido:/ "Siam venuti a morir pel nostro lido".
Eran trecento, ecc.
Con gli occhi azzurri e coi capelli d'oro/ un giovin camminava innanzi a loro./ Mi feci ardita e, presol per la mano,/ gli chiesi: "Dove vai, bel capitano?"./ Guardommi e mi rispose: "O mia sorella,/ vado a morir per la mia patria bella"./ Io mi sentii tremare tutto il core,/ né potei dirgli: "V'aiuti 'l Signore!".
L'inno di Garibaldi
Si scopron le tombe, si levano i morti,/ i martiri nostri son tutti risorti!/ Le spade nel pugno, gli allori alle chiome,/ la fiamma ed il nome - d'Italia sul cor!/ Veniamo! Veniamo! su, o giovani schiere!/ Su al vento per tutto le nostre bandiere!/ Su tutti col ferro, su tutti col foco,/ su tutti col foco - d'Italia nel cor.
Va fuora d'Italia, va fuora ch'è ora,/ va fuora d'Italia, va fuora, o stranier.
La terra dei fiori, dei suoni e dei carmi/ risuoni, qual era, la terra dell'armi!/ Di cento catene ci avvinser la mano,/ ma ancor di Legnano - sa i ferri brandir!/ Bastone tedesco l'Italia non doma,/ non crescono al giogo le stirpi di Roma:/ più Italia non vuole stranieri tiranni,/ già troppo son gli anni - che dura il servir.
Va fuora d'Italia, ecc.
Le successive quattro strofe vennero aggiunte nel dicembre 1860 dopo la campagna dei Mille.

Goffredo Mameli (1827-1849)

Mazziniano, prese parte alle cinque giornate di Milano. Nel 1849 combatté per la difesa della Repubblica Romana: ferito a Villa Pamphili, morì poco dopo per un'infezione. Poeta fecondo già in giovanissima età, scrisse numerosi canti patriottici, tra cui citiamo: Viva Italia! era in sette partita, Ai fratelli Bandiera e Ella infranse le sette ritorte. Il più popolare fu indubbiamente Fratelli d'Italia, musicato da Michele Novaro e divenuto dal 1946 il nostro inno nazionale. Altrettanto celebre, negli anni risorgimentali, l'Inno militare (di cui riportiamo la parte iniziale): la cronaca dice che fu Mazzini ad inviare a Verdi, nell'ottobre 1848, quei versi, perché, ove possibile, venissero musicati; e Verdi aderì all'invito.

Fratelli d'Italia
Fratelli d'Italia,/ l'Italia s'è desta;/ dell'elmo di Scipio/ s'è cinta la testa./ Dov'è la Vittoria?/ Le porga la chioma;/ ché schiava di Roma/ Iddio la creò./ Stringiamci a coorte!/ Siam pronti alla morte;/ l'Italia chiamò.
Noi siamo da secoli/ calpesti, derisi,/ perché non siam popolo,/ perché siam divisi./ Raccolgaci un'unica/ bandiera, una speme;/ di fonderci insieme/ già l'ora suonò./
Stringiamci a coorte! ecc.
Uniamoci, amiamoci;/ l'unione e l'amore/ rivelano ai popoli/ le vie del Signore./ Giuriamo far libero/ il suolo natio:/ uniti, per Dio,/ chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte! ecc.
Dall'Alpe a Sicilia,/ dovunque è Legnano;/ ogn'uom di Ferruccio/ ha il core e la mano;/ i bimbi d'Italia/ si chiaman Balilla;/ il suon d'ogni squilla/ i Vespri suonò.
Stringiamci a coorte! ecc.
Son giunchi che piegano/ le spade vendute;/ già l'Aquila d'Austria/ le penne ha perdute./ Il sangue d'Italia/ e il sangue Polacco/ bevé col Cosacco,/ ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte! ecc.

Inno militare
Suona la tromba/ ondeggiano/ le insegne gialle e nere/ fuoco, per Dio, sui barbari/ sulle vendute schiere./ Già ferve la battaglia/ al Dio dei forti osanna/ la baionetta in canna/ è l'ora del pugnar!

Manoscritto originale della prima stesura di Fratelli d'Italia, conservato presso l'Istituto Mazziniano di Genova

 

 

Nel raro documento autografo che ci mostra la prima versione di Fratelli d'Italia, si noterà che il verso iniziale recitava "Evviva l'Italia" e non "Fratelli d'Italia", come risulta nella definitiva stesura del settembre 1847. Dall'autografo appare inoltre che, nella furia di vergare quei versi, il poeta ha scritto "Iddio la crò" (e non "creò") e "Ilia" (invece di "Italia").

Garibaldi apprezzò molto l'empito patriottico di quella composizione. "Avete notato? - osservò in un suo scritto - nella quarta strofa c'è tutto quello che un italiano non dovrebbe ignorare della sua storia: Legnano, Gavinana, Portoria, I Vespri di Sicilia."

L'inno venne stampato e distribuito per la prima volta il 10 dicembre 1847. In quella occasione la tipografia Faziola omise di pubblicare la quinta strofa (quella dell'aquila d'Austria spennacchiata), nel timore di incorrere nelle rappresaglie della occhiuta polizia austriaca.

***

Lettera di Garibaldi a Donna Adelaide Zoagli Mameli dei Mannelli
Caprera 13 giugno 1864

Contessa carissima,
io Vi scrivo cogli occhi umidi, perché non posso pensare a quel Vostro valoroso figlio senza commuovermi. Grazie, per le bellissime poesie, e per il ritratto , che mi sarà compagno sino alla morte. Sì, madre dell'eroico mio fratello d'armi, egli fu ferito a mio lato, ed io contemplai con ammirazione le sembianze gentili e freddamente intrepide del giovine guerriero italiano, morente per la più bella delle cause. Voi, che imprimeste la Vostra immagine in quella bell'anima, permettete ch'io deponga sulla Vostra mano un bacio d'amore, e che mi tenga per la vita
Vostro Giuseppe Garibaldi


Ippolito Nievo (1831-1861)

Svolse un'intensa attività patriottica: partecipò alla campagna del 1859 tra i Cacciatori delle Alpi e seguì Garibaldi nella spedizione dei Mille. Rimasto in Sicilia con compiti politico-amministrativi, Nievo morì in mare per naufragio, di ritorno dalla Sicilia con i documenti della spedizione. Molto noto è il romanzo Le confessioni di un italiano; qui sono da ricordare i versi della raccolta Amori garibaldini (1860). Il Generale, di cui riportiamo le prime due strofe, è un apologetico canto dedicato a Garibaldi.

Il Generale
Ha un non so che nell'occhio,/ che splende dalla mente/ e a mettersi in ginocchio/ sembra inchinar la gente;/ pur nelle folte piazze/ girar cortese, umano,/ e porgere la mano/ lo vidi alle ragazze.
Sia per fiorito calle/ che in mezzo a canti e a suoni,/ che tra fischianti palle/ e scoppio de' cannoni,/ ei nacque sorridendo/ né sa mutar di stile./ Solo al nemico e al vile/ è l'occhio suo tremendo.

Giosue Carducci (1835-1907)

Nonostante non abbia attivamente partecipato ai moti del Risorgimento, Carducci merita ugualmente di essere inserito in questa rassegna, poiché egli può, a pieno titolo, essere detto il maggior poeta civile dell'Italia unita, colui che seppe meglio interpretare l'anima democratica, repubblicana e laica del Risorgimento. Egli fu, particolarmente durante gli anni Sessanta e Settanta, l'apologeta della rivolta contro tutte le tirannidi e la voce di un'Italia solidale coi movimenti europei avversi agli imperi di Francia, d'Austria e di Russia. Non è difficile cogliere, nella vasta produzione poetica di Carducci, passi significativi di una poesia che si è fatta garante dello spirito del Risorgimento.

Sicilia e la rivoluzione

Da le vette de l'Etna fumanti/ ben ti levi, o facella di guerra:/ su le tombe de' vecchi giganti/ come bella e terribil sei tu!/ Oh, trasvola! per l'itala terra/ corri, ed empi d'incendio ogni lido!/ Uno il core, uno il patto, uno il grido:/ né stranier né oppressori mai più!

Con tale strofa inizia questa intensa e lunga poesia patriottica, che così si chiude.

In quell'uno che tutti ci fiede,/ che si pasce del sangue di tutti,/ di giustizia d'amore di fede/ tutti armati leviamoci su./ E tu, fine de gli odii e de i lutti,/ ardi, o face di guerra, ogni lido!/ Uno il core, uno il patto, uno il grido:/ né stranier né oppressori mai più.

Per la proclamazione del Regno d'Italia

In quest'ode del 1861 Carducci vede la risorgente Italia come un popolo già oppresso ed ora libero, pronto a battersi per la libertà degli altri popoli (come, ad esempio, è avvenuto con le imprese del volontarismo garibaldino a favore di Polonia, Grecia ed altri Paesi). Significativa, a questo riguardo, è l'ultima strofa dell'ode.

Tu de l'eterno dritto/ vendicatrice e de le nove genti/ araldo, Italia, il Campidoglio ascendi./ Tuoni il romano editto/ con altra voce, e a' popoli gementi/ ne l'ombra de la morte, Italia, splendi./ Accorran teco a la suprema guerra/ gli schiavi sparsi sull'oppressa terra.

Dopo Aspromonte

Il 29 agosto 1862 Garibaldi, sbarcato in Calabria con 5.000 volontari, con l'intento di dirigersi su Roma, venne ferito ai piani di Aspromonte in uno scontro con le truppe regolari italiane e fatto prigioniero; rinchiuso nel forte di Varignano (La Spezia), venne amnistiato dopo pochi mesi. Questo primo episodio di repressione armata ad opera del Regno d'Italia suscita una violenta reazione contro Napoleone III da parte del poeta, che esalta Garibaldi per la sua impresa, anche se fallita: "Evviva a te, magnanimo/ ribelle! a la tua fronte/ più sacri lauri crebbero/ le selve d'Aspromonte."... "Evviva a te, magnanimo/ ribelle e precursore!/ Il culto a te de' posteri,/ con te d'Italia è il cuore!".

Felice Cavallotti (1842-1898)

Garibaldino nel 1860 e nel 1866, deputato dal 1873 dell'estrema sinistra, Cavallotti, poeta e drammaturgo, fu una figura di rilievo nella vita politica, esprimendo con forza le ragioni e le passioni di una generazione che fu l'ultima del Risorgimento e la prima dell'Italia unita.

Il 9 giugno 1860 - Brindisi

Il 9 giugno 1861 un gruppo di garibaldini si radunò a festeggiare l'anniversario della spedizione dei Mille, salpata un anno prima (la notte del 9 giugno 1860) da Genova per la Sicilia. Cavallotti, che aveva fatto parte di quella spedizione, dettò in quella occasione le venti quartine di questa poesia, tre delle quali sono qui trascritte.

Sull'orme del Grande d'Italia campione/ per l'itale sorti giurammo pugnar;/ fratelli, ai fratelli, nell'aspra tenzone,/ recare il soccorso di libero acciar!

Giurammo d'Italia riterger gli affanni,/ d'Italia giurammo por fine ai martir;/ o l'italo suolo francar dai tiranni,/ o, l'armi nel pugno, pugnando morir!

Fu santo quel giuro! più vivida allora/ la stella d'Ausonia nel cielo brillò;/ oh, salve bell'astro! la celere prora/ già l'onda sicana, te duce, varcò.

***

Questo breve excursus storico-letterario sui moti del Risorgimento ha considerato soltanto quegli autori italiani che hanno svolto prevalentemente attività poetica; senza, ovviamente, voler sminuire l'apporto di quei celebrati scrittori di saggi, memorie e romanzi, protagonisti e artefici di quell'epoca gloriosa, che hanno anch'essi subìto, a causa della loro attività letteraria, torture, carcere, esili e talvolta persino la morte.

Basti pensare, in primis, a Giuseppe Mazzini (1805-1871) e poi, in ordine cronologico, ad autori quali: Pietro Giordani (1774-1848), Pietro Borsieri (1788-1852), Silvio Pellico (1789-1854), Tommaso Grossi (1790-1853), Pietro Maroncelli (1795-1846), Massimo D'Azeglio (1798-1866), Vincenzo Gioberti (1801-1852), Carlo Cattaneo (1801-1869), Niccolò Tommaseo (1802-1874), Giovanni Ruffini (1807-1881), Luigi Settembrini (1813-1876), Carlo Pisacane (1818-1857), Giuseppe Guerzoni (1835-1886), Anton Giulio Barrili (1836-1908), Giuseppe Cesare Abba (1838-1910).

***

Una notazione a parte va fatta per Garibaldi, che, durante le tregue delle battaglie, si dilettava a riempire interi quaderni di versi, e, dopo Aspromonte, scrisse un poderoso Poema autobiografico, di circa 3.000 versi, in cui spesso traspare un vero e proprio culto per la città di Roma, da lui più volte cantata anche in altre liriche. La critica non ha mai mostrato di apprezzare, se non sul piano documentale, tale produzione letteraria; ma resta il fatto che Garibaldi era, indubbiamente, un appassionato cultore di poesia.

Nel 1864, in occasione di una sua visita a Londra, egli comparve ad un ricevimento dato in suo onore dal duca di Sutherland, con la presenza di tutta l'aristocrazia inglese. Quando la conversazione cadde sulla poesia, Garibaldi cominciò a recitare, con la sua voce calda, alcuni canti di Foscolo, Béranger, Berchet e Chénier; e le nobili dame restarono ad ascoltarlo, in estasi. Come già avevano fatto, molti anni prima, alcuni doganieri francesi, che, arrestatolo per espatrio clandestino, lo avevano immediatamente rilasciato dopo averlo sentito cantare il Dio dei buoni di Béranger.