skip to content

Boito - Duse, il carteggio

Ai primi di maggio del 1884 tre baldi quarantenni in gita a Superga, Arrigo Boito, Giovanni Camerana e Giuseppe Giacosa, entrati in un ristorante videro seduta ad un tavolo Eleonora Duse con Giovanni Verga e l'attore Tebaldo Checchi, suo marito. La Duse, allora venticinquenne, era un'attrice già molto nota, specialmente dopo il successo ottenuto nel gennaio di quell'anno nella Cavalleria rusticana, riduzione teatrale dell'omonima novella contenuta nella raccolta verghiana Vita dei campi.

Colpito dall'irresistibile fascino della giovane attrice, Arrigo Boito andò ad appartarsi in un angolo della sala e in un baleno concepì questi stupefacenti versi.

Noi siamo tre romei:
Madonna, fa’ che si diventi sei.

Scesi dall'Alpi algenti
ove dan morte turbinando i venti

qui ne venimmo dove

preghiam dal viso tuo dolcezze nove.

Fa’ che tu ne promette,

sul bel colle, lontan dall'empie sette,

tanto dall'occhio bruno

che sembri dire "intorno a me v'aduno".

E ne farà felici

se l'assenso richiesto "a voi do" dici;

ché, se rivolgi ad altre

estranie cose le pupille scaltre,

noi sentiremo il fiotto

stagnar dal core e piangerem dirotto.

Esaudi i tre romei,

se buona se gentil se santa sei.

Questa "invitante" poesia, scritta d'impeto, con grande maestria, appare degna di un letterato bizzarro e di spiccata modernità quale Arrigo Boito, uno dei principali esponenti della scapigliatura milanese, ma anche e soprattutto un geniale librettista e musicista. L'eccezionalità dei versi dedicati alla Duse sta soprattutto nel fatto che essi contengono uno straordinario gioco linguistico: nella composizione poetica sono celati  al termine di ogni endacasillabo alcuni numeri (nel testo messi in rilievo attraverso il grassetto) che, sommati, danno al termine della composizione il numero sessantasei, che è l’esatta soluzione aritmetica. Non c’è da stupirsi, quindi, se la Duse, di fronte a tanta seduttiva abilità del galante poeta, si mostrò ben lieta di accogliere al suo tavolo Arrigo Boito e i suoi amici scrittori.

Non si conosce la precisa data di quel fortuito e promettente incontro a Superga. È invece noto che il 14 maggio la Duse venne festeggiata al ristorante Cova di Milano da un gruppo di frequentatori del Teatro Carcano, dove l’attrice era stata la sera avanti applaudita protagonista de La signora delle camelie di Dumas figlio: quella cena vide, tra i presenti, Eleonora sedere ad un tavolo tra Gaetano Negri, uomo politico e letterato, ed Arrigo Boito.
Dopo qualche giorno Boito prende carta e penna e indirizza ad Eleonora Duse Checchi presso il Teatro Carignano di Torino il seguente biglietto: “Voi siete partita e il filo s’è rotto e noi siamo caduti tutti a terra, Verga, Gualdo ed io, col naso sul pavimento. Adesso, dopo trentasei ore di catalessi, il braccio ripiglia i suoi movimenti e la mia mano volta questo cartoncino che vi è dedicato, e qui sono sforzato a scrivere che voi siete buona e cortese”.
Segue un poscritto: “Non è obbligo rispondere. State sana e lieta. Saluti cordiali al cav. Checchi”.
La Duse risponde con una lunga lettera, in cui (con il suo personalissimo stile, fatto di sottolineature, trattini e puntini di sospensione) si lamenta innanzitutto (e giustamente) del poscritto: “Cortesemente­­­­ --- molto cortesemente. Mi avete messa alla porta di casa vostra dicendo: non c’è bisogno di risposta – non ritornare indietro... questo – evidentemente - è ragionevole – ma è più gentile lasciarmi pensare e scrivere – che oggi è l’ultimo giorno di Maggio... e ho desiderio di salutarlo --- e anche di salutarvi ---“ e poi chiude la lettera con una frase che fa intendere quanta importanza avesse per lei il mese del loro primo incontro: “Il Maggio – se ne va... triste cosa – Statemi bene – e Lieto -”

La corrispondenza continua.

È il 4 giugno e Boito le scrive: “Distacco dal Calendario parigino (so che vi piace Parigi) che sta sul mio scrittoio la paginetta del defunto mese di Maggio e ve la offro in olocausto con quel pulcino giallo, senza tournure, che vi è dipinto, e col malinconico gioco di parole che vi sta scritto. Le parole sono fatte per giocare. La vostra letterina era tutta adorabile, ma questa non merita proprio che rispondiate. Salutatemi tanto tanto il mio Giacosa”.
Sulla paginetta di maggio (“mai” in francese), inviata da Boito insieme alla lettera, egli ha scritto in inchiostro rosso i seguenti versi:

In questo mese il raggio
Dei vostri occhi mirai.
Letto in Francese è il Maggio.
Mai in italiano è un mai.

L’intrigante storia sbocciata a maggio tra Arrigo ed Eleonora non sembra nata sotto i migliori auspici. Le personalità dei due artisti appaiono essere diversissime, e i loro scritti che abbiamo fin qui letto lo dimostrano ampiamente. L’uno, scapolo quarantaduenne, legato da anni a una misteriosa Fanny malandata di salute (che i pochi che l’han vista dicono bellissima), sembra appassionarsi più che altro ai giochi di parole, e lo afferma a chiare lettere: “le parole sono fatte per giocare”. L’altra, fortemente romantica, come i tragici personaggi teatrali che con palpitante immedesimazione interpretava, non si lascia neppure intimidire da quel sadico gioco di parole che trasformava il maggio del primo incontro in un mai che non concedeva speranze di sorta.

I lettori potranno immaginare che un appassionato cultore di giochi linguistici come me, non sia certamente il più adatto a giudicare inefficace e riduttivo lo stravagante modo usato da Boito per manifestare i suoi sentimenti d’amore attraverso l’uso di bisensi, palindromi ed altre bizzarrie semantiche. Qualche dubbio, peraltro, mi sorge rispetto alle reazioni della Duse di fronte a questa insolita tecnica amorosa. Ella, sicuramente attratta da un poeta come Arrigo Boito, che sapeva far danzare, nella luce dei riflettori, parole e note musicali, potrà anche avere apprezzato, nella giusta misura, le infinite risorse stilistiche del Nostro e la sua sofisticata perizia, che gli consentì di coniare gli incredibili versi tetrasdruccioli e persino pentasdruccioli pubblicati nel numero unico Milan Milanin del 1884:

Sì crudo è il gelo che le rime sdrùcciolanosene
tremando e, in fondo al verso rincantùcciolanosene;
le gocciole d’inchiostro stalattìtificanomisi
sotto la penna, ovvero stalagmìtificanomisi.

E si sarà forse anche commossa nel ricevere dall’amato Arrigo il dono di un anello con dentro incisi questi due versi, che cita nella lettera dell'11 novembre:

È fedel non lede fé
E madonna annoda me

Dopo una lunga interruzione – in buona parte dovuta ad una tournée della Duse in America del Sud – nasce, nella primavera del 1887, dopo le schermaglie galanti di tre anni prima, una vera relazione amorosa.

Il 1887 è l’anno della prima rappresentazione di Otello arrivato alla ribalta della Scala la sera del 5 febbraio: un trionfo per Verdi, ma anche un riconoscimento per Boito che, da librettista, era riuscito a creare nel rapporto tra musica e teatro una vera e propria compenetrazione dei due linguaggi. Una felicità stilistica che si rinnoverà sei anni più tardi con Falstaff.

La Duse – sposata con Checchi nel 1881, da cui ebbe l’adorata figlia Enrichetta nel 1882 – nel corso del suo viaggio in America, nel 1885 con la Compagnia di Cesare Rossi, ebbe un rapporto amoroso con l’attore Flavio Andò. Ed il marito, che ne fu testimone, decise di non rimpatriare e di abbandonare il teatro, per intraprendere in Argentina una carriera consolare. La relazione con Andò non fu di lunga durata, anche se la sua fine non interruppe l’intesa di lavoro, che si protrasse nel tempo. Nel 1887 la Duse costituì la Compagnia Città di Roma (con Andò primo attore e direttore) cominciando un’ascesa che l’avrebbe condotta a cimentarsi in prove sempre più rilevanti (anche in competizione con Sarah Bernhardt) nella ricerca di un teatro nuovo, per il cui raggiungimento le sarebbe sicuramente servito un personaggio come Boito, al culmine della sua fama e coinvolto nelle più importanti vicende culturali e artistiche dell’epoca.

Sei giorni prima della serata alla Scala per l’esordio di Otello, Giacosa fece sapere a Boito che la Duse desiderava assistere alla rappresentazione. Sei giorni dopo l’Otello in un palco del Teatro Manzoni, dove la Duse recitava, sedevano Verdi e la Strepponi ivi accompagnati da Boito. Qualche anno dopo Eleonora ricorderà ad Arrigo quell’episodio in una sua lettera: “Vi ricordate, una delle prime sere? Verdi era in palco con voi... veniste da me nell’intervallo... ci sorridevamo... niente più. Avevate dei fiori all’occhiello, e nell’andar via le dieci dita si sono intarsiate l’una con l’altra”. Le mani intrecciate significavano lo stringente desiderio di un abbraccio che di lì a pochi giorni si sarebbe realizzato.

E cominciò un tempo di sogno, con la capacità di ritrovarsi insieme estraniandosi dalla realtà. Boito, quando poteva, la seguiva nelle sue peregrinazioni; ad agosto vissero insieme la loro prima vacanza; quand’erano lontani fioccavano le lettere appassionate. Nel carteggio pubblicato da Il Saggiatore nel 1979 si contano, nel periodo che va dal 19 agosto al 31 dicembre 1887, ben 132 lettere d’amore, delle quali soltanto 14 sono di Arrigo. Ciò però non deve meravigliare perché quel carteggio, meticolosamente raccolto da Boito poco prima della sua morte, era costituito – come sempre succede – soprattutto dalle lettere ricevute e non anche da quelle spedite.

Si tratta di più di 700 fra lettere e biglietti, ma molta corrispondenza, nonostante la cura di Boito nel conservarla, deve essere andata perduta, come è documentato da questa lettera del 3 novembre 1887 spedita da Arrigo ad Eleonora: “Tu ieri hai riletto le mie del passato. Io ieri ho contato le tue: duecento e una; duecento e tre con le due d’oggi, e perché nella cassetta nera non ci stavano più le ho trasportate nell’altra nera anche quella, dopo vivranno più al largo. Le ho riposte con cura, temendo di guardarle troppo, ma certe parole scappavano. Che caldo profumo di vita!”

Sfogliare qua e là queste lettere della Duse, così tumultuose e talvolta bislacche nella loro sincera e ingenua passionalità, è come leggere nel cuore vivo di un’artista che è anche donna e madre e cerca disperatamente di conciliare nella loro diversità i suoi gravosi impegni. Si scorgono momenti di un rammarico ancora vivo per quel MAI scrittole nel calendarietto francese del 1884 (“Prima di Milano, quest’inverno e dopo qualche rara volta – sottovoce, nella notte, nel sonno o nel sogno, tentavo di dire: Arrigo – Ma sentivo quel MAI dettomi da te – per quel Maggio d’allora e la parola si smorzava nel core! Ah... le giornate vuote!... le giornate angosciose! La febbre, il languore, il desiderio d’amore e d’amare che avevo in core; ah... i desideri...” – 11 settembre 1887); la felicità di un compleanno da festeggiare di notte, insieme (“Passa di qui dal 1° al 2 ottobre. Il 3 ottobre è la nascita di Bumba che entra nei 28 anni!!! Pensa !! Tu mi battezzi la notte prima! Vieni!” 21 settembre 1887); i versi tratti dal Paradiso di Dante dedicatile dal suo innamorato (“Alle 6½ - giusto come ieri – io – stesa sul letto - come ieri – e sola – ebbi il telegramma –- e ho cercato! – Era Arrigo – che si ricordava di Bumba –
Qual Lodoletta che in aere si spazia/ prima cantando, e poi tace contenta.../ dell’ultima dolcezza che la sazia oppure Data mi fu soave medicina oppure O predestinazion – è tanto ricco il bel canto! “ –1/2 ottobre 1887
).

Altri versi ancora, sempre tratti dal Paradiso (ho mandato a impostare il saluto della sera – eccoti quello della notte – e mi corico – Tu hai citato nella tua d’oggi Amore e meraviglia, e il dolce sguardo/ faceano essa cagion di pensier santi - Ho dovuto guardare il libro bello! È il canto bello del poveretto San Francesco... così bello – così bello – mi piace tanto – Lo ricordammo assieme, sul lettino, lì, l’ultima sera... Lo leggo – bello – bello! Né gli gravò viltà di cuor le ciglia – ave! ave! ave! Ho tanto desiderio di pregare!” 8 ottobre 1887); i gravi momenti di sconforto per le lunghe giornate di solitudine (“E anch’io, Arrrigo... ho smarrito i “connotati”- Arrigo... sono 25 anni, e non so quanti giorni che non vi vedo – Arrigo! – Le giornate rotolano, e sono interminabili... ma bisogna andare avanti. Non temere, ci vado! – Arrigo! non so scrivere stamane ma... guardatemi dentro! Benedetto! Benedetto! La vostra lettera di stamane, di ieri, mentre io aspettavo il telegramma – è tanto, e tanto buona! – c’è perfino i pezzetti d’orario... ma il musetto, io non lo vedo – non ho più un tratto della vostra fisionomia, che m’apparisca negli occhi del core – Chi ci capisce niente... No – No – e no! – Sono in collera con voi – e con me – Un’ora dopo – riapro la lettera e perdo li quattro soldi francobollati per dirvi che non sono in collera, no, no, amore --- Vi amo – vi amo tanto! tanto! Bacio le piccole mani e li piedi d’Arrigo mio! Vi sorrido – e vi dico – Venite presto le CHIAVI ci sono... e... se ve le portassi io? Arrigo Arrigo! Eleonora buona buona” –22 novembre 1887).

Fino a tutto ottobre 1891 le lettere raccolte dal carteggio Duse-Boito (quasi tutte della Duse) ammontano a ben 626, una cifra non da poco in circa quattro anni. Da quel momento nell’epistolario c’è un assoluto vuoto, di oltre due anni.

La Duse nel 1891 era giunta ad uno stato di incredibile stress, dovuto
ad una serie di concomitanti circostanze. Innanzitutto l’intensa
attività teatrale che andava svolgendo percorrendo in lungo e in largo
l’Europa (tanto per dare un’idea degli impegni che la coinvolgevano, si
possono ricordare le seguenti date relative ad alcune “prime” di quei
mesi: 9 febbraio – Teatro dei Filodrammatici di Milano Casa di bambola
di Ibsen; 4 maggio – Petit Théâtre di San Pietroburgo Giulietta e Romeo
di Shakespeare nell’adattamento di Boito; 14 ottobre – Teatro Carignano
di Torino La signora di Challant di Giacosa; e così via. A ciò si
aggiungano le sue condizioni di salute spesso precarie, la continua
preoccupazione di dover sistemare adeguatamente la piccola Enrichetta
di appena nove anni ed infine la fantasmatica presenza del sempre
impegnato Boito, allora tutto preso dalla sua attività a fianco di
Giuseppe Verdi, negli anni tra il 1890 e 1893, per il Falstaff.

Qualche stralcio delle lettere di quel periodo può dare, come non meglio, indicazione dello stato d’animo della Duse.

Roma 3 marzo 1891 – “Da due giorni la febbre è vinta e stassera
riprendo, ma il chinino altera. Mi è impossibile di scrivere. Niente di
me è disposto alla parola, e sarebbe inutile. Stassera va Cleop
(Antonio e Cleopatra di Shakespeare) – l’ho sulle spalle intera, che
dati i cambiamenti nel personale non so come riuscirà – Ho bisogno di
tutta la mia forza per l’oggi, pel domani, pel poi – Parole, e lettere,
non so che farmene.”

Roma 8 marzo 1891 – “Lavoro stassera – e oggi, dopo due giorni
di sosta è tornata un po’ di febbriciattola – la febbre è poca – ma la
stanchezza nell’ossa è molta. Domani – lunedì – (riposo). Domani
regolamento di tutti gli affari, bauli e carte in genere. Martedì La
Casa
di Ibsen. Mercoledì La Casa di Ibsen. Giovedì riposo e se Uxxull
non sarà morto ho appuntamento con sua moglie alle 5 per avere una
quantità di cose necessarie (dice la signora) laggiù. È stato qui 48
ore Wollkoff di ritorno dal Cairo – è lui che mi ha presentato mezza
Russia trapiantata in Roma... E allora – quando ti vedo?”.

Roma marzo 1891 – “Ti giuro la pazienza – l’impazienza – lo
stufamento, la passione, la fuga e l’inerzia, il coraggio e lo
scoramento fisico – in lotta con lo scoramento morale – tutto ho dentro
di me in questi giorni – compreso dell’ammoniaca e del chinino che mi
levan la fame e mi danno il sonno finto. L’altra notte mi sono
svegliata, e son rimasta seduta sul letto, mentre nessun rumore esterno
mi aiutava a orientarmi, sarò rimasta una buona mezz’ora in uno stato
di coscienza incosciente – che non riescivo a capire in che cantone del
mondo ero in quel momento – E questo stanca – È una vita a strappi – ma
– la fine verrà – Quell’altra noiosa della Oppenhein mi ha portato una
mattina la vostra (del vostro CIRCOLO) Velleda Ferretti. Ben! – M’è
piaciuta poco – e se la vedessi ancora m’annoierei, e se la vedessi
molto finirei per odiarla come odio tutto quello che ti sta attorno – e
tutto quello che ha un gancio – qualunque – attorno a te. Come vi
detesto! Che guaio che ho nel sangue”.

Bayreuth 2 agosto 1891 – “Arrigo! Esito a scrivere perché ci
vorrebbero delle pagine e pagine per intendersi... e ancora! Il momento
è così difficile! Le difficoltà di piazzare enrichetta – e di lasciarla
crescono ogni giorno. A rendermi la cosa più difficile di quello che è,
e sarebbe per ogni persona ma per me specialmente, visto i pochi giorni
di spazio che ho, è lo stato d’Enrichetta (morale), e il mio
(fisicamente). Enrichetta a ogni viso nuovo che vede – è uno
straviamento di più. Pianti e musoneria e ci vuol del buono e del
bello, per ridurla ragionevole. Finora ho sempre usato dolcezza e buone
parole – ma la scontrosità di lei è tale che forse occorrerebbe un po’
di durezza – ma non ne ho la capacità – per ora. Da ieri abbiamo
bombardato di telegrammi 4 pensionati. Ottenuta una risposta, abbiamo
telegrafato ieri sera con la Wolkestein a Dresden, a Berlino, a
Frankfurt e a Svalambach. In giornata una risposta verrà e piglierò il
volo non prima di dopodomani 3 o 4 agosto. Andrò a uno di codesti
pensionati, parlerò, combinerò se la vista della persona che dirige il
luogo mi persuade. Arrigo! Da tanto tempo non so più se vivo! Scriverò
quando avrò deciso qualche cosa – per ora – son così nell’incerto, e
nella fatica con questa figlia sul collo. Vedremo!
(Di traverso sul foglio)
Le gioie della maternità!!! Come le cantan bene – chi non c’è passato! Incredibili!!”.

Torino 12 ottobre 1891 – “Sì --- sopra ogni cosa --- Era più che
la vita. Lo dico oggi – perché ogni sera penso che potrei morire --- e
voglio dire la verità! Sopra ogni cosa. Quello che ho passato in questi
mesi non saprò dirlo – so che ho sentito di morire. Ma ora – non potevo
più - ora –vorrei parlare! Ho telegrafato stamane e non posso scrivere
che stasera. Ho il gran lavoro addosso, imminente, e nessuno aiuta il
didentro. Son male fisicamente e moralmente. Ma eccola la verità: sopra
ogni cosa --- Era più che la vita.”

Dopo l’interruzione le lettere riprendono a percorrere il solito
itinerario Duse-Boito, a cominciare dal 31 dicembre 1893 al 24 luglio
1895 e poi dall’agosto al settembre 1897. Centosei missive in quattro
anni: il ritmo è meno frenetico e le interruzioni sono più frequenti e
lunghe, ma i due continuano imperterriti a comunicare. La Duse scrive
da Berlino, da Dresda, da Port Said, da Parigi, da Londra, da Ravenna,
da Magdeburgo, da Genova, da Venezia, da Bruxelles, da Roma, da San
Pietroburgo, da Mosca, da Santa Margherita, da Capri, da Frascati, da
Rimini, da Mürren, da Monaco di Baviera, da Napoli, da Interlaken. E le
sue lettere sono tutte spedite a Boito, al suo indirizzo di Milano, due
o tre volte a Quasso al Monte. La mittente indica date, orari,
itinerari per raggiungere le località, indirizzi degli alberghi e altre
precisazioni sui possibili luoghi d’incontro; ma in mancanza delle
lettere di risposta del destinatario non si riesce a sapere se tali
convegni si siano mai realizzati, anche se talvolta le proposte partono
addirittura dalla stessa Milano. C’è persino una lettera inviata il 23 aprile 1894
da Parigi a Boito, anch’esso a Parigi, che chiude con questo tenero
invito: “Aurevoir! Peut-être” ed una seconda lettera inviata il 28 aprile 1894,
sempre da Parigi a Parigi, del seguente tenore: “E così sia. Ave. Ave.
Ti scriverò da Londres – e serberò la pace. E così sia – Così sia – Ave
– ave. Sta tranquillo”. Dopo qualche giorno Eleonora arriva a Londra
per i suoi impegni teatrali e Arrigo è lì. Lei gli scrive una lettera
(da Londra a Londra) non per chiedergli di incontrarsi subito, ma per
proporgli di stabilire un appuntamento a Parigi per il 15 o 16 giugno,
quando lei avrebbe lasciato Londra e molto timidamente chiosa: ”Arrigo
potrebbe... – (potrà) – farlo?”.


Questa grande attrice, a furia di recitarle ha forse assimilato i
sentimenti delle eroine del suo teatro, fedeli fino alla morte, vittime
sacrificali della loro dedizione amorosa. Boito ha avuto, a mio avviso,
soltanto o soprattutto il merito di saper usare belle parole per
incitarla a lavorare, ad avere coraggio e ad attendere.

25 giugno 1890 – “Benedizioni al lavoro tuo, alla piccoletta
tua, alla tua vita coraggiosa e dura. Vai. Prepara la tua pace. Io
preparo la mia. Poi, prometti, i due, con le mani congiunte, troveranno
tutte tutte le cose sognate e desiderate tanto. – Desiderio e coraggio,
queste sono le forze grandi”.

1°settembre 1890 – “Qui bisogna aiutarsi ad agire. Il lavoro
distrae, il lavoro, tutto ciò che c’è nel cuore, lo trasporta al
cervello. Aiutiamoci. E tu giudica bene la posizione e risolvi”.
La sua unica generosità, purtroppo inconsapevole, fu forse quella di
indurre la sua innamorata ad apprezzare Gabriele D’Annunzio. Gli
stralci che seguono sono testimonianza di un tragico infortunio per uno
scrittore che, avendo suscitato grande interesse anche per meriti
letterari, doveva ben guardarsi dal manifestare eccessiva stima per un
poeta che aveva tutte le caratteristiche per divenire un suo rivale.

23 maggio 1894 da Londra –
“Fu da lui (un vecchio pittore
incontrato dalla Duse, NdA) che seppi essere pubblicato l’ultimo libro di
D’Annunzio, il poeta che amiamo! Allora telegrafai e l’attendo. Il
titolo è così bello!! – Forse tutta la vita è il Trionfo della fine?? –
Sia pace.”

26 maggio 1894 da Londra – “Siete appena di ritorno alla nota
casa e già parlate di ripartire. Quel vecchio mago (Giuseppe Verdi, NdA)
fa cantare le comari e fa ballare anche voi (si riferisce al
Falstaff, NdA) – Vedremo – Ho bisogno di scordarmi di voi – Sì – No – Ho
tanto mal di testa, e le idee, tutte in una matassa. Quale paese
conoscete voi per l’estate? – no – non sapete. Bisognerà cercare
insieme – o da lontani. Avete ricevuto il telegramma che vi pregava di
mandarmi il libro di quell’altro mago (giovane) – quel diavolo Santo
Gabriele D’Annunzio? – Che bel nome ha anche.”
 
La Duse sembra ora finalmente distratta da nuovi interessi: 8 giugno 1894 da Londra – Riapro – (ho torto) la lettera
per dirvi cosa che mi farà... “altamente disprezzare” da voi. Vi
mocherete di me, ecco tutto, ma l’altra sera sono andata a sentire
Falstaff. Che Dio – Arrigo – me lo perdoni... ma mi è parso una cosa
così... malinconica quel Falstaff. ”Disprezzate” – “altamente” ma... è
così! E ... ancora una cosa! – Quell’infernale – divino D’Annunzio?
Quel libro – l’ho finito – Ahi! ahi! ahi!!! - Ognuna di noi...
poverelle – crede di averle trovate lei le parole – Quell’infernale
D’Annunzio le sa tutte anche lui! Ma dove mi disprezzerete altamente è
in questo: che voi dite – (ahi!) – che lui “è perfetto” – No! – non
voglio che riconosciate anima viva là dentro! – Preferirei morire in un
cantone, che amare un’anima tale. Tutta la grande prova di coraggio,
tutta la gran virtù di sopportare la vita... tutto l’enorme sacrificio
che è vivere è distrutto da quel libro. No! no! no! Disprezzate, ma né
Falstaff - né D’Annunzio – Cioè – no – D’Annunzio lo detesto, ma lo
adoro --- “Disprezzate altamente”.”

Le giornate e le missive trascorrono senza sosta, forse D’Annunzio
ha fatto breccia nel suo cuore, ma è certo che i continui trasferimenti
sono stancanti e spesso deludenti, Eleonora comunque continua a
dedicare ad Arrigo parole di sconforto e di rifiuto (20 marzo 1895
– “Povero Arrigo – Sei così – Né tu puoi mutarti – né io. Tu sventoli
in aria queste parole: ci rivedremo fra un anno e giorni... così come
si sventola un fazzoletto a saluto di un viandante che s’allontana... E
io mi allontano, è ben vero. E non spero di rivederti sì presto. Io ho
la realtà pour tout potage – e non posso mutare le circostanze”)
intervallate da ritorni di fiamma, con il cuore in tumulto e la
speranza che mai non muore di riannodare un rapporto che va
sgretolandosi (13 novembre 1896 – “Arrigo! – Mi sentite accanto
a voi? Ho bisogno di baciarvi le mani – Ditemi che ancora! non mi
buttate via. Ho visto far sera, stassera, mentre buttata sul letto non
ho fatto che ricordare, a occhi chiusi, tutte le ore nostre – le
lontane, le buone!”) e ancora (31 dicembre 1896 – “Arrigo – anima bella
– anima mia – Arrigo! che bene ho fatto io al mondo per riguadagnarvi?
Arrigo! Qualche volta me ne sento così... così... così... (no – indegna
no, è una parola vile – ed è meglio esserlo (vile) che supporselo.
Arrigo! Io voglio vedervi, presto, presto. Uscirò di Russia a fine
Gennaio – Bisogna incontrarci, subito anche prima che io rientri in
Italia – Un giorno, una notte, non più – tu verrai – Sì, sì, lo so! –
Tu verrai – Forse Berlino, dove dovrei fermarmi per certi affari – e tu
mi struccherai serrata e stretta per tutta una notte. Bisogna!”).

E D’Annunzio? Nel 1898 fu promotore insieme alla Duse di un
progetto che fece scalpore nel mondo teatrale: la costruzione di un
teatro all’aperto per rappresentazioni di opere classiche e di tragedie
moderne che riproponessero i moduli dell’antico teatro in
contrapposizione al realismo imperante del teatro borghese. Il progetto
naufragò, ma D’Annunzio aveva già cominciato a scrivere per il teatro,
affidando alla Duse l’atto unico Sogno di un mattino di primavera che
esordì a Parigi il 15 giugno 1897 al Théâtre de la Renaissance.
Successivamente D’Annunzio scrisse La Gioconda e La Gloria che ebbero
per interpreti Eleonora Duse ed Ermete Zacconi ed esordirono
rispettivamente il 15 aprile 1899 al Teatro Bellini di Palermo e il 27
aprile 1899 al Teatro Mercadante di Napoli. La Duse fu inoltre
protagonista de La città morta (già rappresentata a Parigi da Sarah
Bernhardt nel 1898) al Teatro Lirico di Milano il 20 marzo 1901, della
Francesca da Rimini al Teatro Costanzi di Roma il 9 dicembre 1901 e de
La figlia di Iorio.

Arrigo Boito, ovviamente, si rodeva dalla gelosia. Eleonora si
giustifica e chiede in qualche modo il consenso a interpretare “l’opera
eccelsa”, ossia Il sogno di un mattino di primavera di D’Annunzio:
abbiamo una sua lettera del 9 aprile ma non quella a cui risponde.

9 aprile 1897 – “Che farei senza te?! – E quale angoscia
sarebbe, oggi, a questo tempo ultimo di mia carriera se dovessi
rinunziare all’opera eccelsa!? – Ahi! Solo la pena atroce di farti
soffrire potrebbe, con sofferenza, farmelo fare! – Solo il consenso tuo
può ridar vita al mio sangue! Non so dirti! Io far del male a te! È
come morire! E t’ho ferito in pieno core, in pieno petto... Ma io
stessa, ho ferito assieme a te – ero così briaca di luce che non ho
sentito il colpo che dopo. Perdonami! Perdona ancora! Vedi la vita mia!
Vedi parte della mia essenza! Chi dirà le parole – immutabili
dell’opera eccelsa, se non io? Io so, io so – io COMPRENDO. E ti
comprendo o Arrigo! Ma... non bisogna affogare nel sangue di una ferita
che è già cicatrizzata – ma anzi – da quella assorgere, più sani, più
forti, più forti! – In alto il core! Oh dimmi che mi comprendi!
Grazie.”

In una lettera successiva (29 aprile 1897) Eleonora
descrive in modo molto particolareggiato la trama del Sogno di
primavera e in fondo allo scritto, con aria sbarazzina, aggiunge:
”Riapro la lettera perché tutto d’una volta penso che forse non hai
letto i giornali e non sai di che Sogno parlo – Nel caso... trattasi
d’un poema in un atto, scritto in sei giorni, che ha il titolo di
Shakespeare e la nobiltà sua. L’autore è l’autore de La città morta – e
il Sogno sarà recitato da me per la prima volta, alla mia terza recita
Parigi... ---Che bestia che sono. Certo tu saprai tutto questo... Ma
tutto d’una volta ho pensato (non ricordo se te ne ho scritto) che
forse non sapevi di che sogno sognavo”.

E così la storia si avvia a conclusione. In una busta conservata da Boito, senza data ma sicuramente del novembre 1898,
c’è un foglietto di mano della Duse che recita “È come la morte ---
tale quale”. E nella stessa busta c’è la risposta di Boito: “È più che
la morte perché era più che la vita! È più che la morte, Lenor, perché
si soffre più che morendo. I morti hanno pace, non ricordano, non
sentono l’annullamento. Lenor non risponde più, non risponderà mai più
alla voce nota, alle parole note, pronte ancora sul labbro. Sopra ogni
cosa e sempre. Questo è più che la morte.”

Nell’epistolario c’è ancora qualche altra lettera, nel periodo che
va da fine dicembre 1898 al settembre 1900 e poi dal 4 maggio 1904 al
1906. La Duse, che si rivolge ora ad Arrigo chiamandolo “Nome”, come se
volesse sottolineare la sua incorporeità, lo fa partecipe della vicenda
della sua ingiusta esclusione da La figlia di Iorio, che esordì nel
1904, senza che D’Annunzio tenesse conto di quanto ella aveva dato al
suo teatro.

29 ottobre 1904 – “Per quasi sei anni ho lavorato, per una sola
idea, di lavoro, che credevo, e credo, degna di vittoria. Ho dato sei
anni del mio nome. Ho dato, per questo, ciò che pare la vita – e ciò
che pare la morte. Ho dato, e mantenni una parola data (ahimè!) e ho
dato fin l’ultimo soldo, che il mio lavoro (in gioventù) mi aveva
accumulato. – Ho dato anche la prima ora di Vittoria, che avevo attesa
e creduta – e quando mi avvidi che l’opera d’arte domandava altre e più
forze che non solamente la mia, allora fui io che spinsi l’opera d’arte
in altro ambiente. Offersi e pregai, io stessa, che me ne accordassero
il battesimo, a Milano, per poche sere... e durante i due mesi d’attesa
a questo progetto ammalai --- E questo è quanto. Se la mia devozione,
se la lealtà, se la disgrazia di cadere malata fu sprofanata da altri –
io sola so ciò che l’anima aveva promesso – ciò che avrei mantenuto –
ciò che poteva durare e ciò che doveva morire.”

La Duse scrive al Nome qualche altra lettera nel 1916 e nel 1918.
In una di queste ringrazia la già odiata Velleda Ferretti, che
assisteva Boito dopo il suo primo attacco di angina pectoris (“Velleda
mi ha mandato una cara lettera con vostre notizie – Grazie a Voi e a
lei – resistere SEMPRE”). Di Boito si conoscono le ultime due lettere
inviate alla Duse:

23 aprile 1918 – “Grazie. Non sono ancora guarito. Quest’oggi
faccio i primi tentativi per alzarmi dal letto. La guarigione vorrà
ancora un mese di tempo. Ma in compenso il miglioramento continua. Sono
sempre in Casa di Via Filangieri.”

19 maggio 1918 – Passerò probabilmente il Luglio a Villa d’Este
in un casinetto cedutomi amabilmente da D. Vittoria. Vi saluta, vi
saluta bene Arrigo.”
Boito si spense il 10 giugno.

Questo epistolario racconta una storia d’amore veramente unica, che
meriterebbe di venire teatralizzata (il canovaccio è qui già pronto) e
potrebbe rinverdire i fasti della commedia di Jerome Kilty, fortunata
trascrizione della corrispondenza fra George Bernard Shaw e l’attrice
Patrick Campbell. Invece di “Caro bugiardo” potrebbe essere
intitolata... “Caro infingardo”. Il cast è già pronto: assoluta
protagonista Eleonora Duse, primo amoroso Arrigo Boito, la figlia
adorata Enrichetta, il brillante un po’ malandrino Gabriele D’Annunzio,
il secondo amoroso Flavio Andò, il marito cattivo che approfittando
della mancanza del divorzio vuole togliere Enrichetta alla mamma, gli
amici fedeli Giuseppe Giacosa e Luigi Gualdo che sono sempre stati
dalla parte di lei, l’amica pietosa Velleda Ferretti.