Succede raramente che il gene della poesia si trasmetta da padre in figlio. Sono infatti veramente pochi gli esempi di tale ereditarietà: Bernardo e Torquato Tasso soprattutto, e poi Jean e Clément Marot e pochi altri, restando ovviamente fuori dalla nostra casistica nomi come quelli di Monaldo e Giacomo Leopardi (essendo il conte Monaldo letterato umanista ma non poeta) o di Thomas e Klaus Mann (entrambi narratori e saggisti).
Un caso che può rispecchiare bene quanto sopra accennato è quello di Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo detto il Magnifico, poeta raffinato e fecondo con testi celebri quali La canzona di Bacco. Dopo una rapida carriera ecclesiastica Giovanni de' Medici divenne papa a 38 anni con il nome di Leone X; ma in campo poetico, nonostante si fosse circondato di letterati come Pietro Bembo, Baldassare Castiglione e Pietro Aretino, egli non riuscì mai a scrivere altro che sonetti come questo, che vuol essere soltanto uno scherzoso epitaffio dedicato in vita a fra' Mariano Fetti, una sorta di suo buffone di corte.
Un frate sotto bianco e sopra nero,
in gola e in zanzeria molto eccellente,
di fuori porco e dentro puzzolente
mentre visse; ora ammorba un cimitero.
Non acqua benedetta, non saltero
pigliarai, viator, ma solamente,
se vuoi far cosa grata alla sua mente,
buon vin ci spargi e ragiona del zero.
L'altro perso sarìa, ch'ei credde poco,
benché gia simulò religione;
ma lo fe' per fuggir più tristo gioco.
Perché tra frati più presto buffone
fu più compagno, ed aderì al coco
più che al sacrista, e scherzò col guttone.
E per conclusione
l'alma al fuoco, la fama addusse al basso:
se non vuoi cader morto studia il passo.