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Turandot

Carl Gustav Jung, lo psichiatra svizzero che nel 1914 si distaccò da Freud per fondare una sua scuola detta di psicologia analitica, vide nella famosa controversia leggendaria tra Edipo e la Sfinge, una tendenza naturale della donna verso la distruzione del maschio, che si materializza in una figura femminile che propone ai viandanti indovinelli la cui mancata soluzione costa la vita.
Non è difficile ritrovare questa situazione in antiche favole, soprattutto orientali, in cui una donzella avvelena con un filtro gli amanti che non riescono a superare un esame solitamente articolato su tre enigmi.
Questo avviene nella favola di Turandot, ritrovata in un manoscritto del Magreb, che vede una principessa, caparbiamente ostile al matrimonio, porgere ai suoi temerari pretendenti tre impenetrabili enigmi.

Nel libretto scritto da Giuseppe Adami e Renato Simoni per l'opera pucciniana Turandot i tre enigmi hanno come soluzione "la speranza", "il sangue" e la stessa "Turandot".

Il primo indovinello di Turandot - Straniero, ascolta:/ "Nella cupa notte vola un fantasma iridescente./ Sale e spiega l'ale/ sulla nera infinita umanità./ Tutto il mondo l'invoca/ e tutto il mondo l'implora./ Ma il fantasma sparisce con l'aurora/ per rinascere nel cuore./ Ed ogni notte nasce/ ed ogni giorno muore!"

Il secondo indovinello - "Guizza al pari di fiamma,/ e non è fiamma./ È talvolta delirio./ È febbre d'impeto e ardore!/ L'inerzia lo tramuta in un languore./ Se ti perdi o trapassi, si raffredda./ Se sogni la conquista, avvampa, avvampa!/ Ha una voce che trepido tu ascolti,/ e del tramonto il vivido baglior!"

Il terzo indovinello - "Gelo che ti dà foco/ e dal tuo foco/ più gelo prende!/ Candida ed oscura!/ Se libero ti vuol/ ti fa più servo./ Se per servo t'accetta,/ ti fa Re!" Su, straniero, ti sbianca la paura!/ E ti senti perduto!/ Su, straniero, il gelo che dà foco,/ che cos'è?"

Nella favola originale i tre enigmi erano del tutto diversi: il primo propone "qual è la creatura che appartiene ad ogni terra, è amica di tutto il mondo e non saprebbe tollerare una sua pari?" e si risolve con "il sole"; il secondo postula "qual è quella madre che, dopo aver messo al mondo i propri figli, divenuti grandi che siano, li divora l'uno dopo l'altro?" e deve ottenere come risposta "l'acqua del mare", con una spiegazione inattendibile, legata com'è alla ipotesi che i fiumi traggano esistenza dall'acqua del mare, che li riassorbe al termine della loro corsa; il terzo è di questo tenore "qual è l'albero le cui foglie sono tutte da una parte bianche e dall'altra nere?" e qui la risposta, più ovvia, è "l'anno", perché le foglie sono i giorni, per metà illuminati dal sole e per metà nelle tenebre.

Carlo Gozzi fra il 1761 e il 1765 fece rappresentare dalla Compagnia del Truffaldino dieci Fiabe teatrali, tra cui Turandot (1762), ove l'indovinello de "l'acqua del mare" cede il posto a quello di "Venezia leone dell'Adriatico".

Poi entra in scena Friedrich Schiller che traduce la Turandot in tedesco e gli indovinelli de "il sole" e de "il leone dell'Adriatico" vengono sostituiti da due nuovi temi, "l'occhio" e "l'aratro". Ma non fu questo un cambiamento durevole, poiché Schiller, grande e fedele amico di Goethe, conosciuto nel 1788 al suo ritorno dal viaggio in Italia, si divertì a variare sera per sera, con la collaborazione del suo geniale sodale, gli enigmi della sua Turandot messa in scena nel Teatro di Weimar, diretto da Goethe (dal 1791 al 1817). Un impegno creativo che avrà suscitato sicura soddisfazione da parte degli spettatori, stimolati dal sempre nuovo riproporsi dei temi giocosi dell'infinita sfida fra la crudele principessa Turandot e il generoso principe di Calaf.