Letterato e drammaturgo di indiscussa grandezza, Johann Wolfgang Goethe, ingegno versatile e dai mille interessi, sentì forti stimoli per una incredibile quantità di discipline artistiche e scientifiche: un elenco lunghissimo di studi ed esperienze, che vanno dalle arti figurative alla medicina (con testi sull'anatomia comparata e con la scoperta dell'"os intermaxillare" nel cranio umano), dalla mineralogia alla botanica, dalla geologia all'ottica (da qui la famosa Teoria dei colori), dal diritto alla chimica e alla fisica, dalla zoologia alle pratiche alchimistiche ed esoteriche, dalla meteorologia al teatro delle marionette, e così via.
L'inesauribile vitalità e curiosità intellettuale di Goethe e la sua buona conoscenza delle lingue, tra cui l'italiano, non potevano non indurre il Nostro a intraprendere il fatidico "viaggio in Italia". Un viaggio durato quasi due anni, dal settembre 1786 al giugno 1788, che procurò allo scrittore un prezioso materiale per una serie di articoli pubblicati, al suo ritorno in Germania, sul Teutscher Merkur di Wieland. Molto più tardi, a partire dal dicembre 1813, Goethe si accinse a scrivere, sulla base dei suoi ricordi, di lettere, di diari, appunti e documenti di viaggio, il lungo resoconto della sua spedizione in Italia: una redazione che risulterà molto elaborata, con una seconda parte scritta nel 1816 ed una parte conclusiva stesa soltanto nel 1829.
Il Viaggio in Italia (Italienische Reise nell'originale) è un testo di grande valore letterario che non si configura soltanto come un semplice diario di viaggio, ma assume anche gli aspetti di un'opera autobiografica, come anche quelli del romanzo e del saggio: per Goethe - come annuncia con semplicità all'amico Zelter nel 1815 - essa può risultare "una fiaba graziosa, ma nel contempo del tutto veritiera".
"Alle tre del mattino, all'insaputa di tutti (...) mi sono gettato in una carrozza di posta, solo soletto, non avendo per bagaglio che un portamantelli ed una valigetta...".
Il 3 settembre 1786 Goethe parte improvvisamente per l'Italia, sotto falso nome (Jean Philippe Möller commerciante, a volte pittore, di Lipsia), lasciando Weimar, nonché l'amata Charlotte von Stein, per un viaggio che aveva lungamente fantasticato, verso un Paese che gli appariva come quel luogo ideale in cui l'uomo può vivere in armonia con se stesso, la natura e il divino. La profondità di questa aspettativa per il contatto con un mondo ove aleggiano i valori dello spirito classico appare avvalorata dal fatto che, nella prima edizione del 1817, Goethe volle apporre al suo volume, quale sottotitolo, la traduzione in tedesco (Auch ich in Arkadien!) del motto latino Et in Arcadia ego; un motto che, nei molti casi in cui è stato utilizzato quale epigrafe di opere pittoriche e letterarie, ha quasi sempre inteso indicare un'esperienza vissuta che si è trasformata in ricordo elegiaco.
Trento, Bolzano, Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Ferrara, Bologna, un breve transito a Firenze, Perugia, Foligno, Terni e Roma sono, a grandi linee, le tappe della prima parte del grande tour di Goethe, che, dopo una sosta di qualche mese a Roma (da ottobre 1786 a febbraio 1787), riprenderà il viaggio per Napoli, Palermo, Alcamo, Segesta, Agrigento, Caltanissetta, Catania, Taormina, Messina, di nuovo Napoli e infine Roma, dove rimane dal giugno 1787 all'aprile 1788.
Potrà essere interessante seguire le pagine di questo viaggio per trarne alcune acute osservazioni dell'autore ed i gustosi aneddoti di vita italiana che la penna di Goethe ci fornisce con esemplare vivezza.
Assetato di bellezza e spinto dai suoi intensi fervori culturali Goethe percorre il suo itinerario verso Roma con quella incredibile esaltazione, maturata sin dagli anni della sua giovinezza, che soltanto i suoi appunti di viaggio riescono ad esprimere compiutamente.
"Roma, 1 novembre 1786 - Finalmente posso rompere il silenzio e mandare di buon animo un saluto agli amici. Possano essi perdonarmi il segreto di questo viaggio, quasi direi sotterraneo. Io osavo appena dire a me stesso dove ero diretto e perfino lungo la via temevo ancora di non toccare la meta; soltanto sotto la Porta del Popolo sono stato certo di aver raggiunto Roma. Soltanto quando mi sono accorto che tutti i miei amici erano come incatenati anima e corpo nel Settentrione, e che ogni aspirazione di visitare questa terra a poco a poco svaniva, solo allora mi sono potuto decidere ad intraprendere un lungo viaggio solitario e a cercare il "centro", al quale mi traeva un bisogno irresistibile. In questi ultimi anni quell'aspirazione era diventata come una malattia, dalla quale non mi potevano sanare se non la vista e la presenza delle cose reali. Ora lo posso confessare. Ero arrivato al punto da non poter nemmeno più vedere un libro latino né un disegno di qualsiasi regione d'Italia. Il desiderio intenso di visitare questa terra era da troppo tempo maturo; ora che questo è soddisfatto gli amici e la patria mi sono diventati più cari e il ritorno più desiderabile, tanto più desiderabile perché sento che tutti questi tesori non li porterò con me a vantaggio mio soltanto, e solo per mio uso privato, ma perché possano servire per tutta la vita, a me e ad altri, di guida e di sprone. Sì, sono arrivato finalmente in questa capitale del mondo! Attraverso le Alpi tirolesi sono passato quasi di volo. Ho visto bene Verona, Vicenza, Padova e Venezia; alla sfuggita Ferrara, Cento e Bologna; Firenze appena appena; l'ansia di arrivare a Roma era sì grande ed aumentava talmente ad ogni istante che non potevo più star fermo, e a Firenze non mi sono trattenuto che tre ore. Eccomi ora a Roma, tranquillo e, a quanto sembra, acquietato per tutta la vita. Poter contemplare con i propri occhi tutto un complesso del quale già si conoscevano interiormente ed esteriormente i particolari è, direi quasi, come incominciare una vita nuova!"
Potrebbe sembrare sorprendente che un personaggio di sì grande sensibilità artistica abbia potuto trascorrere soltanto tre ore nella città di Firenze, magico luogo ricco di grandi tesori artistici sia architettonici che pittorici e scultorei, limitandosi a visitare in fretta il Duomo, il Battistero e il Giardino di Boboli. Dalla breve nota stilata dallo scrittore all'approssimarsi di Firenze non appare la minima spiegazione sul suo non voler indugiare in quel "mondo nuovo":
"Siamo sbucati dalle montagne dell'Appennino e scorgemmo Firenze distesa in un'ampia valle di un'inverosimile fertilità e disseminata a perdita d'occhio di case e di ville. E' tutto un mondo nuovo a me perfettamente sconosciuto, che qui mi si apre innanzi, e non voglio indugiarmivi. Dall'aspetto della città ci si può fare un'idea dell'opulenza del popolo che l'ha costruita...".
A tale riguardo si potrebbe azzardare qualche ipotesi sul singolare atteggiamento mentale di un viaggiatore coltissimo che in certo qual modo disdegna una città d'arte come Firenze: siamo alla fine del Settecento, di fronte ad un lungo itinerario programmato in un territorio conosciuto soltanto attraverso memoriali e testimonianze, su vie talvolta impervie da percorrere fruendo di mezzi di trasporto lenti, scomodi e precari. Tempi e tappe di marcia saranno stati, anche allora, in qualche misura prestabiliti; ma certamente non nella maniera rigorosa che attualmente ingabbia i forzati del viaggio turistico organizzato, ai quali vengono lasciate scarse o nulle possibilità di fruire di variazioni dettate dai propri desideri estemporanei.
Per Goethe e i viaggiatori del suo tempo lo scopo principale non è invece quello di raggiungere una meta prefissata, ma piuttosto quello di osservare con attenzione tutto ciò che si incontra casualmente tra una tappa e l'altra, lasciando spazio a improvvisi desideri od anche a capricci del momento. Ciò favorito anche dal fatto che quel viaggiatore era spesso un viandante solitario, che più facilmente poteva seguire le proprie individuali esigenze e rispondere alle curiosità che lo stimolavano a scegliere una via e non un'altra, a fermarsi oppure a proseguire, senza alcuna remora o impaccio.
Nel continuare a scorrere le pagine del ponderoso volume dedicato da Goethe al suo itinerario italiano, per trarne qualche nota sulle interessanti descrizioni e considerazioni dello scrittore, c'è innanzitutto da precisare che l'Italia offre al nostro viaggiatore incantato tali e tanti momenti di meraviglia ed estasi che è giocoforza riportare quelle osservazioni soltanto per sommi capi.
Grande estimatore dei nostri architetti che, da Vitruvio al Palladio - osserva Goethe - ben sanno come si devono costruire città e come vanno eretti i templi e gli edifici pubblici, egli si esalta ad Assisi di fronte alla facciata della chiesa di S. Maria della Minerva, già Tempio di Minerva costruito al tempo di Augusto:
"Un tempio di proporzioni modeste, come si conveniva a una città tanto piccola; ma così perfetto, così felicemente ideato, che potrebbe rifulgere in qualsiasi luogo. (...) Non potevo saziarmi di contemplare quella facciata, tanto è la genialità, tanto il senso d'arte che vi traspare".
Quanto alla pittura, non mancavano davvero in Italia opere d'arte in grado di suscitare l'ammirazione di un cultore ed appassionato intenditore quale Goethe, che ebbe la ventura di incontrare, nel corso del suo viaggio, a Roma a Napoli e in Sicilia, alcuni pittori tedeschi (Tischbein, Meyer, Angelica Kauffmann, Kniep ed altri), che spesso lo accompagnarono nelle sue peregrinazioni alla ricerca del bello in arte. D'altra parte, la vocazione goethiana per l'arte figurativa è ampiamente confermata dai deliziosi disegni che il poeta ebbe modo di eseguire in Italia, riprendendo panorami romani, scorci palermitani e tanti altri caratteristici aspetti della nostra penisola.
Tra i quadri molto ammirati da Goethe si possono citare, a volo d'uccello, quelli del Guercino, grandemente lodato per aver lasciato a Cento gran parte della sua produzione ("... il Guercino ha nutrito amore per il suo paese natio, come in generale gli italiani che coltivano in sommo grado questo attaccamento al loro campanile ..."), Raffaello è uno dei beniamini del Nostro, che lo ammira senza misura fin da quando, a Strasburgo nel 1770, vide un arazzo lavorato sulla base di un cartone dell'urbinate ("... quella vista ebbe per me un effetto decisivo, in quanto, sebbene si trattasse solo di imitazione venni a conoscere il bello e il perfetto..."). E in un altro passo, esaltando il dipinto Santa Cecilia ovvero Sacra conversazione, egli afferma: "Raffaello ha sempre fatto precisamente quello che altri hanno soltanto desiderato di fare. (...) A un tal quadro augureremmo una vita eterna se anche dovessimo accontentarci di perire noi stessi". Di Tiziano, infine, la Madonna di San Niccolò dei Frari, conservata alla Pinacoteca Vaticana, fa esclamare a Goethe: "Questo sorpassa tutti i quadri che ho visto fino ad ora. Se il mio gusto sia ormai più raffinato o se questa tela sia in realtà la più perfetta di tutte, non saprei decidere".
C'è da commentare che il destino di Goethe in Italia, come quello di un qualsiasi visitatore delle nostre raccolte d'arte, sembra essere quello di passare di stupore in stupore, con il desiderio, ma anche nell'assoluta impossibilità, di scegliere fra tanti capolavori il più perfetto.
Ovviamente, non sono soltanto le opere d'arte a interessare il nostro attento e acuto viaggiatore. A Venezia egli prende posto su una gondola, al chiaro di luna, ad ascoltare il canto dei gondolieri, che, su certe loro melodie, intonano a gara versi del Tasso e dell'Ariosto. Sempre a Venezia, al Teatro di San Luca, assiste alle Baruffe chiozzotte di Goldoni: "Anch'io posso dire finalmente di aver visto una commedia! I chiassi di questa gente, nei momenti di gioia come nell'ira, i loro pettegolezzi, la vivacità, la bonomia, le volgarità, l'arguzia, il buon umore, la libertà dei modi, tutto è egregiamente rappresentato". A Napoli - egli osserva - "vivendo fra il popolo c'è sempre da divertirsi nel modo più originale: esso è così naturale che con lui si potrebbe diventare naturali", e aggiunge: "basta percorrere le vie ed avere occhi in testa per vedere dei quadri inimitabili", e rammenta e descrive i Pulcinella, i friggitori della festa di S. Giuseppe, le belle ragazze incontrate in attesa del passaggio di qualche merlo, e soprattutto la folla dei venditori ambulanti, che vanno in giro con certi barilotti di acqua gelata, limoni e bicchieri o con vassoi con sopra bottiglie di liquore e bicchierini assicurati da anelli di legno o con panieri di pane, dolciumi e frutta; e conclude: "si direbbe che tutti vogliano partecipare e rendere ancora più grandiosa la festa del piacere, che a Napoli si celebra tutti i giorni".
Singolare è poi la scoperta che, anche ai tempi di Goethe, il gioco del pallone fosse per noi italiani uno sport appassionante. Da Verona egli scrive:
"Quest'oggi, al mio ritorno dall'Arena, mi sono imbattuto in uno spettacolo pubblico di genere nuovo. Erano quattro gentiluomini di Verona che giocavano al pallone contro quattro di Vicenza. A questo gioco si divertono qui tutto l'anno, per circa due ore prima di notte. Questa volta c'era molto concorso di popolo, per essere gli avversari forestieri. Vi saranno stati non meno di quattro o cinquemila spettatori. Donne non ne ho viste punte, di nessun ceto".
E' inoltre interessante scoprire quel che, giungendo a Fondi, Goethe racconta:
"Alle tre di stamane eravamo già in cammino, all'alba ci trovammo fra le Paludi Pontine, che non hanno poi quel triste aspetto col quale sono descritte comunemente a Roma. Di un'impresa così vasta e complessa qual è il progettato prosciugamento non si può certo dare un giudizio attraversandole di sfuggita; ma mi sembra che i lavori ordinati dal Papa raggiungeranno lo scopo desiderato, per lo meno in gran parte. Si immagini un'ampia vallata che si stende da nord a sud in un lieve pendio. Per tutta la lunghezza passa in linea retta l'antica via Appia, restaurata, e alla sua destra il canale principale, lungo il quale l'acqua scorre dolcemente. Grazie a questo canale il terreno a destra verso il mare viene prosciugato e ridotto a coltura. Infatti è coltivato a perdita d'occhio, o potrebbe essere coltivato se trovasse dei mezzadri."
In ultima analisi, leggendo Goethe. sembra che gli unici problemi in Italia per un forestiero fossero le cattive osterie, qualche volta il prezzo delle merci e in particolare i vetturini. La cosa migliore - secondo Goethe - sarebbe quella di seguirli a piedi, tanta era la scomodità delle carrozze allora in uso in Italia.
"Questa Italia benedetta, così singolarmente favorita dalla natura, dal punto di vista della meccanica e della tecnica è rimasta enormemente indietro in confronto di tutti i paesi. Ma una sola cosa io ho voluto - aggiunge Goethe - e nulla più: ho voluto vedere questa terra a qualunque costo, e dovessi farmi strascinare fino a Roma sulla ruota di Issione dalla mia bocca non uscirà un lamento".
Dell'Italia "così singolarmente fornita dalla natura" Goethe, aduso alle sconfortanti brume del nord, parla più volte in termini entusiastici, nel corso del suo viaggio, specialmente quando si approssima a quelle regioni italiche che sono solitamente favorite da un clima gradevole, come in questo brano scritto alla partenza da Ferrara per Roma:
"ora sono entrato veramente nel 45° grado di latitudine e ripeto la mia vecchia canzone: sarei disposto a lasciare tutto a questi abitanti pur di poter abbracciare con delle strisce di cuoio - come Didone - tanto del loro clima da circondarne le nostre case: qui si vive infatti ben altrimenti che da noi."
Se si volessero citare tutte le osservazioni degne di nota reperibili nel volume di Goethe non basterebbe l'intera rivista, per cui è necessario chiudere questo florilegio, anche se con una punta di rammarico. Non si creda però che l'atteggiamento di Goethe sia sempre positivo nei confronti delle nostre bellezze d'arte. La Torre degli Asinelli, ad esempio, gli parve addirittura... disgustosa:
"La torre pendente, è uno spettacolo che disgusta, ed è molto probabile che sia stata costruita a bella posta così. Mi spiego soltanto in questo modo una simile stravaganza. Nell'epoca dei torbidi cittadini, ogni grande edificio era una fortezza in cui ogni famiglia potente si costruiva una torre. A poco a poco se ne fece un questione di passatempo e di puntiglio: ognuno voleva primeggiare anche con la sua torre, e quando le torri diritte cominciarono a diventare comuni, vi fu chi se ne costruì una pendente. Architetto e proprietario hanno raggiunto il loro scopo: si passa quasi indifferenti davanti alle molte torri diritte e slanciate per cercare quella pendente... con del buon cemento tenace e con ancore di ferro si possono compiere anche imprese da pazzi."
Nel Viaggio in Italia mancano del tutto citazioni di versi. La poesia è riservata alle Elegie Romane e alle allegre oscenità degli Epigrammi Veneziani, opere alle quali il poeta si dedicò durante il suo duplice soggiorno a Roma. Il suo omaggio all'Italia, scritto in prosa, ci sembra comunque un evento da rimembrare con orgoglio nel 250° anniversario della nascita di questo grandissimo autore.