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Marcello Venturoli sulla pittura di Giorgio Weiss

Mostra personale presso la Galleria Astrolabio Arte in Roma
(16-30 gennaio 1982)

Giorgio Weiss è un personaggio della Capitale di indubitabile fascino: quella capellatura biondo grigia, quegli occhi che sembrano continuamente guardarsi allo specchio oppure non vedere, quel silenzio di parole di aggressiva e struggente presenza con gli altri, per cui ti pare sempre che abbia già ribattuto alle tue idee (tanto vero che poi, quando si decide a parlare, come in una mini conferenza a bassa voce, dà per certo che siano tutti d'accordo con lui), insomma tutti questi connotati e comportamenti fanno una bella preistoria, se così posso dire, della sua arte.
La quale è un messaggio che a me pare ricco di umana simpatia, oltre che di surreale estro raffigurativo, documento e nobile gioco, sorriso e riso verso velate debolezze, confessione per interposto angelo custode. Come ognuno potrà vedere in questa sua mostra personale alla galleria Astrolabio Arte da me scelta, è l'indovinello o tranello in cui l'artista impegna l'occhio a tradurre il paesaggio in donna e la donna in paesaggio. Non si sa se venga prima quest'uovo o questa gallina, in molti dei suoi lavori. Giorgio Weiss vi ricava sovente una figura di nuda sdraiata, anche se il palcoscenico della recita, con colline ricche di alberi e case, a prima vista e solamente un paesaggio. Un Arcimboldi che si fa via via, sparso nella ruralità circostante, ma per accenni, un pube, un paio di seni costruiti con elementi di natura, a sottolineare il profilo della donna disteso nell'affettuoso orizzonte.
A quale scopo? E perché quel dire e non dire, come se l'omaggio muliebre fosse fatto alla clandestina, a colpi di teneri bazooka dietro le grate o dentro il bunker della mamma? Che Giorgio Weiss non presenti espliciti complessi verso le sue ammiratrici o verso quante egli ammiri per gli spazi ancor vuoti del suo medagliere, è indubitato. E nel raccontare la sua ammirazione per la donna egli ricorre ad un espediente che in apparenza è il maggior inno possibile (e cioè il voler vedere l'altro sesso dappertutto, la ubiquità della donna come condizione della visualità), ma in sostanza questo appuntamento della sua immaginazione col vero, univoco, sta a significare una reiterazione di solitudine, un dialogo col creato-donna, come se via via confessasse in un diario quanto egli viva una immobilità di tenerezze e come sia negletta e riservata, in una specie di binocolo della metamorfosi, di lanterna magica del sesso in castigo, la sua «condotta».
Da quel punto di vista, attivo ma barricato, Giorgio Weiss è capace però di esprimere qualunque iperbole sotto forma di definizione antropomorfica, dalle rose alle piramidi, dagli igloo ai gabbiani, dal cavallone arricciolato allo scoglio, dalla capanna indiana alle casupole esplose (in un campo minato, il campo è, poi, quello della donna, ovviamente) e perciò non si pone nella schiera dei tiepidi o dei disamorati.
Mentre il clima generale dei dipinti di Weiss è spiritosamente fantasioso (e tale da far compagnia nella casa anche di un collezionista esigente) la fattura dei singoli pezzi non è sempre uguale; egli non è... Magritte. Qui invece, se mai, il profumo di diverse scene di donne appaesate nasce proprio da questa scommessa talvolta perduta, alla metamorfosi, questo assiepare di ingredienti della veduta e quelli della nuda in un inventario tra mentale e pittoresco, con una certa stipatura, asprezza. Ma sono carezze vere, frasi sgorgate da dentro, come appunto nel bel quadro dove i gabbiani a stormo nel cielo azzurrissimo fanno una donna distesa, che si forma nell'atto stesso di sfasciarsi, un ammiccamento, pare, di Venere a un Adone tenuto in braccio, che guardi in su, fuori dalla finestra molto lontano. Anche nel quadro recente delle rocce che affiorano sull'orizzonte, mi pare di festeggiare buoni risultati di pennello: l'imbastitura o la spezzatura di una persona sotto il filo dell'acqua, con testa e seni fuori, alla distanza giusta, per individuarne l'immensa dimensione. Che poi nel quadro sia un omino che scende in pallone quasi a prendere coscienza del fenomeno e tale discesa assomigli un po' a quelle di Usellini, non importa molto, a mio avviso, se non nella misura in cui l'artista sembra utilizzare qui (e altrove) la cultura figurativa antica e nuova.
Si vede chiaramente che nel quadro in cui un merlo sta volando verso un tronco esprimente un torso con seno e sedere, la memoria di Rembrandt non è estranea, dico memoria non lezione; e cosi più esplicitamente il pittore fa cultura in un gentile « Omaggio a Chagall »: qui svetta, bianca e semplificata, come non fosse di acciaio, la celebre torre, vi beccheggia il tipico mazzo di fiori dipinto dal Maestro e nel piano del rosso avanguardia Weiss scrive il solito profilo di figura femminile, dalle procaci asperità. Riecheggiamenti letterari sono presi e utilizzati nel quadro «Rose is a rose» nel famoso verso di Gertrude Stein: quella più scura, delle tante che compongono la giacente, forma il pube. Pittura e malizia si danno la mano e quelle diciotto rose, compreso il bocciolo, non sono state colte invano. Un titolo gozzaniano, che non guasta in questo insieme sessuo sentimental surrealista, è stato dato da Weiss a un altro dipinto più palesemente arcimboldesco « Le rose che non colsi ». Vi sono, a far la figura, foglie di rose connesse e, sullo spazio perlaceo, quattro rose che precipitano, immagino fuori dal medagliere.
Vi sono poi quadri nella mostra un po' più mentalizzati, quali quello della donna paleolitica dai seni vulcani, dalla vagina lago (dove spunta un dinosauro); oppure donne affioranti nel deserto per cui sfinge e piramidi lontanate, assai rimpiccolite, diventano punti di riferimento di un corpo umano; o le capanne dei Piedi Neri sul sentiero di guerra, che fanno una specie di salto dall'infanzia illustrata alla sessualità travestita da paesaggio, come in questo ultimo caso-quadro.
Un abbozzo, in verità, non arrogante mi pare di vedere nell'ordine di una attenzione verso certa avanguardia, nei quadri dal titolo «II sacchetto di George» e in quello della pioggia dei pesci, dove rilievi, piccoli collages movimentano la pittura, che in questa mostra è nella gran maggioranza delle opere condotta di pennello (ma non è detto che debba esserlo necessariamente domani).
La mostra ospita anche una serie di piccoli e medi dipinti eseguiti da Weiss prima di questa fase più unitaria e fisionomica. Non che quella avventura nell'ironia e nella sessualità di mostri dai grandissimi seni, tra animali e fanciulle, sia di minore interesse. Direi anzi che per certa fluidità di pennello, urgenza di figurare, nel gusto di un espressionismo rampante alla Longanesi, insieme, parrebbe, figlio scapestrato delle «fantasie» di Mafai, i piccoli dipinti collocati nella prima sala della galleria siano interessanti, sia per il risultato in se stesso, sia per gli sviluppi dell'arte di Weiss, che non potrà non rivolgersi a certe premesse di fondo, dell'animo suo, di fuggiasco che insegue l'altra metà di noi, di monocotiledone dall'attitudine a farsi due, cioè da scontroso ad associato, di amatore sub conditione favolistica, insomma di un personaggio che quando si esprime compie un'azione di scavo e di riconoscimento e non soltanto estetica.


Marcello Venturoli, scomparso nel 2002, è stato storico dell'arte, giornalista, scrittore, saggista, poeta, curatore e promotore di eventi espositivi, vincitore del Premio Viareggio nel 1951 e nel 1957 per la saggistica.