La mia disamina intende qui vagliare, nelle sue diverse, innumerabili sfaccettature, il tema dell'esistenza: un tema sul quale da millenni ci si prefigge, temerariamente, di perscrutare le latebre dell'ineffabile umana vicenda per il tramite di avveduti studi, eruditi dibattiti e sagaci saggi.
C'è da rilevare, primieramente, che l'esistenza è semanticamente legata, in maniera indistinta, indiscernibile, e pure indiscussa, all'idea dell'esistere.
"Esistere" è un termine che (vedi Zingarelli, Palazzi, et cetera) ci giunge dalla lingua latina: "exsistere" (amalgama di "ex" e "sistere") che, nella italica lingua, equivale ad "apparire, levarsi, uscire". Un esistere, quindi, che, in altri sensi, significa "interferire nell'attualità e nella realtà, sussistere, vivere, esserci".
Per i più sapienti, infine, l'essenza dell'esistere e le sue qualità sembran più efficacemente espresse da un termine, di ricercata efficacia, che ha genesi medievale: la quiddità.
Fatte queste premesse, è utile precisare che l'esistenza umana (ma anche, in gran parte, quelle animale e vegetale) prevede, ineluttabilmente, una vicenda iniziale che si estrinseca mediante ripetuti assemblaggi di due tendenze istintive tese ad appagare e disfamare primigenie esigenze naturali.
Tali evenienze di questi tempi ampiamente disattese, sì da far rischiare all'uman genere (gli italiani tra i primi) di finire nel nulla fan da atti preparativi a quel felice accidente che segna, indefettibilmente, la scaturigine di un'esistenza: il nascere.
Dall'iniziale nascere, l'esistenza, superate alcune casuali peripezie, perviene, senza alcuna chance di salvezza, ad un terminale defungere.
Jacques de Chabannes, Seigneur de La Palice, Maréchal de France, che divenne celebre perché "era in vita alcuni minuti prima di spirare", direbbe che ciascuna esistenza è racchiusa tra il venire alla vita e il cessare di vivere. E aggiungerebbe che l'esistenza stessa finisce esattamente nell'istante in cui ci si spegne e si passa irreparabilmente tra i trapassati.
Verità, queste, lapalissiane sì, ma ineccepibili; anche se, su tale tema, sarebbe bene rammentare i pur limitatissimi casi di chi bellamente riesce sia a risuscitare che a reincarnarsi: in tali frangenti, infatti, l'esistenza riprende, prima di estinguersi in una successiva evenienza ferale.
L'esistenza è, dunque, sicuramente inserita tra un iniziale schiudersi ed una dipartita finale. Resta da scandagliare quale sia la natura e quali le vicende dell’umana esistenza quand’essa, successivamente alla sua nascita, si dipana e si sviluppa sin a disfarsi integralmente.
Che mai riserba l'esistenza alla specie umana? Quali le precipue caratteristiche, atte a definire e distinguere tale ineffabile esistere?
La mia assennata idea è questa: l'imprevidente luminare, che per avventura pretendesse di impegnarsi in una seria ricerca, al fine di designare gli elementi essenziali e distintivi dell'esistenza in genere, finirebbe inevitabilmente per incappare nelle secche di un'impresa irrealizzabile.
C'è infatti da perdere la testa davanti alle sesquipedali diversità e agli abissali squilibri che passan tra le simultanee esistenze di miliardi di individui, simili sì ma dai destini estremamente disuguali.
Si va, in questa valle di pretese lacrime, dalle sventurate vicissitudini di gente che, senza alcuna pecca, sguazza tra gli stenti nella più nera miseria fisica e mentale, alle paradisiache beatitudini di esseri, privi di qualsiasi seppur minima qualità, ma privilegiati da una ventura dispensatrice assidua di privilegi e benefici.
Che dire? Altre menti, più alte ed esperte (quali i grandi spiriti, chini sulle sudate carte per anni, lustri e decenni), saran capaci di chiarirvi tali inspiegabili misteri esistenziali, senza neppure darsi la zappa sui piedi.
Da parte mia è preferibile tacere e dirvi, in camera caritatis, che mi manca la velleità di vagliare altre tesi (etiche, estetiche, metafisiche e pur anche ermeneutiche), talmente immane è stata la fatica di arrivare sin qui.
C'è da rilevare, primieramente, che l'esistenza è semanticamente legata, in maniera indistinta, indiscernibile, e pure indiscussa, all'idea dell'esistere.
"Esistere" è un termine che (vedi Zingarelli, Palazzi, et cetera) ci giunge dalla lingua latina: "exsistere" (amalgama di "ex" e "sistere") che, nella italica lingua, equivale ad "apparire, levarsi, uscire". Un esistere, quindi, che, in altri sensi, significa "interferire nell'attualità e nella realtà, sussistere, vivere, esserci".
Per i più sapienti, infine, l'essenza dell'esistere e le sue qualità sembran più efficacemente espresse da un termine, di ricercata efficacia, che ha genesi medievale: la quiddità.
Fatte queste premesse, è utile precisare che l'esistenza umana (ma anche, in gran parte, quelle animale e vegetale) prevede, ineluttabilmente, una vicenda iniziale che si estrinseca mediante ripetuti assemblaggi di due tendenze istintive tese ad appagare e disfamare primigenie esigenze naturali.
Tali evenienze di questi tempi ampiamente disattese, sì da far rischiare all'uman genere (gli italiani tra i primi) di finire nel nulla fan da atti preparativi a quel felice accidente che segna, indefettibilmente, la scaturigine di un'esistenza: il nascere.
Dall'iniziale nascere, l'esistenza, superate alcune casuali peripezie, perviene, senza alcuna chance di salvezza, ad un terminale defungere.
Jacques de Chabannes, Seigneur de La Palice, Maréchal de France, che divenne celebre perché "era in vita alcuni minuti prima di spirare", direbbe che ciascuna esistenza è racchiusa tra il venire alla vita e il cessare di vivere. E aggiungerebbe che l'esistenza stessa finisce esattamente nell'istante in cui ci si spegne e si passa irreparabilmente tra i trapassati.
Verità, queste, lapalissiane sì, ma ineccepibili; anche se, su tale tema, sarebbe bene rammentare i pur limitatissimi casi di chi bellamente riesce sia a risuscitare che a reincarnarsi: in tali frangenti, infatti, l'esistenza riprende, prima di estinguersi in una successiva evenienza ferale.
L'esistenza è, dunque, sicuramente inserita tra un iniziale schiudersi ed una dipartita finale. Resta da scandagliare quale sia la natura e quali le vicende dell’umana esistenza quand’essa, successivamente alla sua nascita, si dipana e si sviluppa sin a disfarsi integralmente.
Che mai riserba l'esistenza alla specie umana? Quali le precipue caratteristiche, atte a definire e distinguere tale ineffabile esistere?
La mia assennata idea è questa: l'imprevidente luminare, che per avventura pretendesse di impegnarsi in una seria ricerca, al fine di designare gli elementi essenziali e distintivi dell'esistenza in genere, finirebbe inevitabilmente per incappare nelle secche di un'impresa irrealizzabile.
C'è infatti da perdere la testa davanti alle sesquipedali diversità e agli abissali squilibri che passan tra le simultanee esistenze di miliardi di individui, simili sì ma dai destini estremamente disuguali.
Si va, in questa valle di pretese lacrime, dalle sventurate vicissitudini di gente che, senza alcuna pecca, sguazza tra gli stenti nella più nera miseria fisica e mentale, alle paradisiache beatitudini di esseri, privi di qualsiasi seppur minima qualità, ma privilegiati da una ventura dispensatrice assidua di privilegi e benefici.
Che dire? Altre menti, più alte ed esperte (quali i grandi spiriti, chini sulle sudate carte per anni, lustri e decenni), saran capaci di chiarirvi tali inspiegabili misteri esistenziali, senza neppure darsi la zappa sui piedi.
Da parte mia è preferibile tacere e dirvi, in camera caritatis, che mi manca la velleità di vagliare altre tesi (etiche, estetiche, metafisiche e pur anche ermeneutiche), talmente immane è stata la fatica di arrivare sin qui.
Lipogramma in O pubblicato nella rivista "Cammin di nostra vita" numero 2 Autunno - Inverno 1995, Roma.