da La Micro-narrazione: nuovi progetti di narratori italiani, antologia a cura di Carlo Marcello Conti e Lamberto Pignotti
Una nota di Paolo Guzzi: (...) Giorgio Weiss, di cui ben si conoscono gli artifici linguistici i divertenti rebus poetici e gli aforismi, ha scelto questa volta di raccontarci il poeta, demistificandolo e privandolo giustamente di quell'aura che molti vogliono attribuirgli. L' agudeza verbale, sempre presente in Weiss, si esibisce questa volta in un testo privo del tutto della vocale O, un "lipogramma in O" (...).
I versi fan male alla salute, a detta di grandi clinici, tutti di chiara fama. Una indagine eseguita nei celeberrimi gabinetti scientifici del Medical Institute di Birmingham nell'Alabama (USA) presenta risultati da rabbrividire: decine e decine di gravi malattie, da quelle infantili a quelle della senilità, acquistan tale virulenza, da divenire letali, mercé un repellente germe, il virus di una tipica encefalite letargica, detta encefalite versificatrice.
Questa malattia, che investe la massa cerebrale in tutte le sue fibre, si manifesta, in taluni casi (irreversibili), a partire dai primissimi anni di vita e si evidenzia in base all'incessante rigurgitare di cantilene infantili.
Più tardi, nella fanciullezza e primieramente nell'età pubere, i segni più evidenti della presenza latente della funesta mania dei facili verseggiamenti (un terribile male, assimilabile alla pellagra) risultan essere, al di là dell'apparire di una serie di sparsi pedicelli erubescenti e di una miriade di macule cutanee le lusinghe, gli inganni e i pretesti di una rima sempre e accuratamente baciata.
In età più matura, certuni, giunti all'apice della malattia, misuran in metri i sentimenti, le pene, i travagli e le speranze, vale a dire l'umana vicenda tutta, e quali sarti saccenti e saputelli, muniti di taglienti lame, aghi pungenti, gessi, ditali e appuntaspilli, han la pretesa di dirsi stilisti.
Da mane a sera, curvati sulle sudate carte, stremati dalla insaziabile e mai paga fame di imperitura fama, affetti da narcisistiche turbe e da carenza di veri affetti, miseri, tristi e afflitti, laceri e raminghi, a mala pena arrivan a trenta quarant'anni.
Viene, infatti, prestamente l'istante in cui, tra un galante madrigale e una ballatella a più stanze, nel fluire di una svariata gamma di peana, canti, inni sacri, ditirambi, elegie, idilli, carmi epici ed epicedi, giunge furtiva la desiata Parca a recidere quelle vite in sembianze di teneri virgulti, rami, ramacci e frascami vari.
La gente, tuttavia, specie negli ultimi tempi, li tratta senza pietà, perché sa bene che la straziante angustia che li fa dannare deriva quasi sempre da invidie, asti, ruggini, inimicizie e maldicenze. La furia anguicrinita che li istiga a vergare versi perversi, intrisi di satanici e barbarici accenti, ha la parvenza ahimè di una tempesta in un bicchier d'acqua.
Ed è tanta l'antipatia suscitata da siffatti atteggiamenti che c'è chi dice che essi fan la fame perché infingardi, scansafatiche e inetti e c'è chi li taccia di essere sputasentenze, arcifanfani, bugiardi e illusi. Altri li sbeffeggia quali pagliacci canterini e giullari, sempre lesti a dir versi, versetti e versacci. E, addirittura, qualcun li prende a pernacchie.
Delusi, essi cessan di vivere, nelle maniere più disparate e disperate. Nei casi più frequenti, per l'inedia derivante da lunghi, estenuanti digiuni. Altrimenti, per i tanti disagi subiti in scantinati umidi e gelide mansarde. Né va dimenticata la lunga, interminabile sfilza di suicidi: per annegamenti in mari, fiumi, vasche e piscine; dissanguamenti per tagli di arterie e vene e per altri cruenti accidenti; cadute da quinti, sesti e settimi piani; incendi e bruciature su cataste piramidali di legna ardente; avvelenamenti, asfissie e chi più ne ha più ne metta.
Chi sarà mai, quindi, incline a intristirsi, piangere, strapparsi i capelli e disperarsi per simili perdite? Chi riuscirà mai ad apprezzare, da defunti, questi sedicenti talenti, questi immaginari immaginifici, questi aridi aedi, questi falsi dei e semidei miseramente naufragati nel nulla che gli enfia le narici? Pensate che (ne fa fede il Ranieri nella sua eccellente e veritiera fatica letteraria "Sept années en amitié avec G. L.") il più grande dei Vati, in quel di Recanati, ruttava e a dirla tutta puzzava pure.
Questa malattia, che investe la massa cerebrale in tutte le sue fibre, si manifesta, in taluni casi (irreversibili), a partire dai primissimi anni di vita e si evidenzia in base all'incessante rigurgitare di cantilene infantili.
Più tardi, nella fanciullezza e primieramente nell'età pubere, i segni più evidenti della presenza latente della funesta mania dei facili verseggiamenti (un terribile male, assimilabile alla pellagra) risultan essere, al di là dell'apparire di una serie di sparsi pedicelli erubescenti e di una miriade di macule cutanee le lusinghe, gli inganni e i pretesti di una rima sempre e accuratamente baciata.
In età più matura, certuni, giunti all'apice della malattia, misuran in metri i sentimenti, le pene, i travagli e le speranze, vale a dire l'umana vicenda tutta, e quali sarti saccenti e saputelli, muniti di taglienti lame, aghi pungenti, gessi, ditali e appuntaspilli, han la pretesa di dirsi stilisti.
Da mane a sera, curvati sulle sudate carte, stremati dalla insaziabile e mai paga fame di imperitura fama, affetti da narcisistiche turbe e da carenza di veri affetti, miseri, tristi e afflitti, laceri e raminghi, a mala pena arrivan a trenta quarant'anni.
Viene, infatti, prestamente l'istante in cui, tra un galante madrigale e una ballatella a più stanze, nel fluire di una svariata gamma di peana, canti, inni sacri, ditirambi, elegie, idilli, carmi epici ed epicedi, giunge furtiva la desiata Parca a recidere quelle vite in sembianze di teneri virgulti, rami, ramacci e frascami vari.
La gente, tuttavia, specie negli ultimi tempi, li tratta senza pietà, perché sa bene che la straziante angustia che li fa dannare deriva quasi sempre da invidie, asti, ruggini, inimicizie e maldicenze. La furia anguicrinita che li istiga a vergare versi perversi, intrisi di satanici e barbarici accenti, ha la parvenza ahimè di una tempesta in un bicchier d'acqua.
Ed è tanta l'antipatia suscitata da siffatti atteggiamenti che c'è chi dice che essi fan la fame perché infingardi, scansafatiche e inetti e c'è chi li taccia di essere sputasentenze, arcifanfani, bugiardi e illusi. Altri li sbeffeggia quali pagliacci canterini e giullari, sempre lesti a dir versi, versetti e versacci. E, addirittura, qualcun li prende a pernacchie.
Delusi, essi cessan di vivere, nelle maniere più disparate e disperate. Nei casi più frequenti, per l'inedia derivante da lunghi, estenuanti digiuni. Altrimenti, per i tanti disagi subiti in scantinati umidi e gelide mansarde. Né va dimenticata la lunga, interminabile sfilza di suicidi: per annegamenti in mari, fiumi, vasche e piscine; dissanguamenti per tagli di arterie e vene e per altri cruenti accidenti; cadute da quinti, sesti e settimi piani; incendi e bruciature su cataste piramidali di legna ardente; avvelenamenti, asfissie e chi più ne ha più ne metta.
Chi sarà mai, quindi, incline a intristirsi, piangere, strapparsi i capelli e disperarsi per simili perdite? Chi riuscirà mai ad apprezzare, da defunti, questi sedicenti talenti, questi immaginari immaginifici, questi aridi aedi, questi falsi dei e semidei miseramente naufragati nel nulla che gli enfia le narici? Pensate che (ne fa fede il Ranieri nella sua eccellente e veritiera fatica letteraria "Sept années en amitié avec G. L.") il più grande dei Vati, in quel di Recanati, ruttava e a dirla tutta puzzava pure.
Lipogramma in O pubblicato in "Zeta - La micro-narrazione: nuovi progetti di narratori italiani" Antologia a cura di Marcello Conti e Lamberto Pignotti, numero 10 - 1988, Campanotto Editore.
Pubblicato anche in "Nel senso della poesia - profili e testi di contemporanei" a cura di Antonella Micaletti.