(Testo pubblicato sulla rivista Tracce, n. 34, marzo 1994, Pescara)
Tutti sanno, infatti, che lo sfingeo mostro, appollaiato su una rupe alle porte di Tebe, faceva a pezzi caterve di viandanti per punirli della loro insipienza enigmistica. Poi giunse Edipo ed il facile quiz fu prontamente debellato: l'animale che al mattino possiede quattro zampe, a mezzodì ne ha due ed alla sera tre non può essere che l'uomo, sentenziò il freudiano giovanotto, ed alla Sfinge, caduta negli abissi della disperazione, non rimase che lasciarsi cadere a capofitto negli anfratti del dirupo.
Non mi sfiora neppure l'idea, presumibilmente presuntuosa, di porre a confronto la mia negletta "Amore e morte" con la molto acclamata "Turandot", una fiaba che tanto ha stimolato le ingegnose menti di grandi personaggi della storia letteraria, teatrale e musicale (da Carlo Gozzi a Schiller, da Goethe a Puccini, dai compositori Carl Maria Von Weber e Ferruccio Busoni ai librettisti Giuseppe Adami e Renato Simoni). Eppure il fulcro di questa storia, che ha lontane origini magrebine, è proprio quello dei tre impenetrabili enigmi, che soltanto Luciano Pavarotti, dopo infiniti tagli di testa di altri sfortunati pretendenti, riesce sorprendentemente a risolvere.
Secondo gli insegnamenti di Goethe (e vi par poco?) anche la mia scenetta intende eccitare l'oculatezza degli spettatori, affidando loro il compito di svelare la vera natura dei personaggi, attraverso una diligente lettura dei miei versi, che, con il loro linguaggio polisemantico, offrono gli elementi per una facile identificazione degli oggetti di uso comune che si celano dietro i due protagonisti della scenetta.
AMORE E MORTE
Lui - Tanto forte è il mio desio
di godere il tuo tepore
che tenerti, amore mio,
vorrei sempre nel mio cuore.
Lei - Io son pronta a darti tutto,
sino in fondo, il mio lucore.
Non è poi sì tanto brutto
consumarsi nell'ardore.
Lui - Sottil, bionda e vaporosa,
non negar, sei pur leggera.
La tua essenza è perniciosa,
i tuoi schiavi sono a schiera.
Sulla bocca sei di tutti,
un oggetto di piacere.
Cagion sei di mali e lutti,
di tossine sei il paniere.
Lei - Che ti piaccia o non ti piaccia,
voglio in te posare in pace.
Morirò tra le tue braccia
nel vanir della mia brace.
La mia vita si consuma
in un fiato, in un baleno.
Cadrò in te come una piuma
dal mio ciel di nubi pieno.
Scena seconda
Lui - M'aspettavo dalla sorte
che l'aspetto mio scavato
accogliesse la sua morte
ed il corpo suo sfumato.
Ma sul lastrico gettata,
calpestata dalla gente,
la sua vita s'è bruciata
e di lei non resta niente.
Un bel dì fui la sua culla,
or la sorte ci accomuna.
Senza lei non son più nulla.