da Cammin di nostra vita - Progetti e percorsi esistenziali tra scienze e letteratura, 1996
Non pochi sono gli esempi di utilizzazione di veri e propri indovinelli nelle rappresentazioni teatrali. Basterebbe citare Sofocle con il celeberrimo enigma della sfinge in Edipo Re; Carlo Gozzi con gli impenetrabili enigmi posti a difesa del suo pulcellaggio da Turandot nella omonima fiaba teatrale; Shakespeare con una grande messe di locuzioni a doppio senso in stretta parentela con l'indovinello: per esemplificare, Pericle, principe di Tiro atto I scena I, Amleto atto V scena I (nel colloquio fra i becchini), Macbeth atto V scena VIII.
La mia enigmatica pièce va oltre l'estemporaneo inserimento nel testo di allusioni, metafore, allegorie o bisticci, sperimentando una insolita maniera di fare poesia, che si riallaccia alle tradizioni tardo-medioevali e rinascimentali nell'uso di parole che si rendono scrigno di ulteriori rivelazioni nei materiali linguistici del Gioco. In una costruzione a tre piani, ove l'attore (il volto) rappresenta un personaggio (la maschera) che a sua volta è simulacro o immagine fallace di un terzo elemento (la soluzione) che diventa protagonista. Tutto questo peraltro sembra già avvenire in un mondo dello spettacolo che si appresta ad affrontare, in modo sempre più coinvolgente, la convivenza con automazioni, robotizzazioni e realtà virtuali, in una esistenza divenuta ormai elettronica.
Bisticci in galleria
Colloquio a rime baciate tra personaggi criptici
LUI - Mi piaci, e a me si adatta il tuo modello.
Retta e aggraziata, mi torni a pennello.
LEI - Una sembianza semplice e garbata,
sì tanto da passare inosservata:
qui è la ragion della tua scelta, ahimè.
Conta soltanto esser fatti per te.
LUI - Questo è il tuo ruolo, mia fida compagna.
Ma una come te perchè si lagna?
La posizione mia rimane stabile,
anche se tu la giudichi attaccabile.
LEI - Se tu non fossi tal protagonista
da voler esser messo sempre in vista,
non guarderesti i fan dall'alto in basso,
col rischio di cader con gran fracasso,
e apprezzeresti, senza tante mene,
un portamento che a te si conviene.
LUI - Debbo ammettere che il tuo attaccamento
è per me cosa di grande momento,
ma come fu per l'altra, in fede mia,
quel che vale per me è l'armonia.
Essa era come il bordo di una aiuola,
due corpi uniti in una essenza sola...
Poi - che squasso - cedette in tal misura
che finimmo per far brutta figura.
LEI - Ma chi mai rappresenti, bel soggetto?
Chi son l'altre per te? un cavalletto?
E chi t'inquadra di te che vede mai?
Pareti nude, e talvolta solai.
Ma ti pare un granché, nel tuo passato,
quella con cui sei stato accomunato?
Tutta riccioli d'oro e ritoccata...
Qualcuno dice che era restaurata.
LUI - Tu non affermi alcuna novità,
è banale cotal linearità.
E se comunque ti debbo accettare,
mi costa non poco farmi incastrare.
E poi - scusa se sono un po' priolisso -
mi sembra che tu abbia un chiodo fisso.
LEI - Di questa fissazione, tienne conto,
a giovartene devi essere pronto,
se cadere non vuoi di botto in basso
con la struttura presa da collasso.
LUI - Questi son fatti che conosco a iosa,
ma tu, cara, sei troppo spigolosa.
LEI - Io spigolosa? e tu sembri un abbozzo,
un abbozzo incompiuto, grezzo e rozzo.
LUI - Vogliamo alzare una bandiera bianca?
Questa vana contesa ormai ci stanca.
Da quando stiamo insieme - questo è un fatto -
nessun ci guarda con un far distratto.
LEI - Sei tu che miran, ad esser sincera.
Sei tu che stai in mostra, da mane a sera.
LUI - Ho della stoffa, non è colpa mia,
ed un nome che vale una follia.
Sono al centro di costante attenzione.
Ciò ti risulta, non è un'opinione.
LEI - Lo so ben quant'è alto il tuo valore
e questo ingigantisce il mio timore:
al fin di averti nel loro salotto
certe dame sbancherebbero il Lotto.
Tu diverresti un dei pezzi forti,
l'attrazione di quelle loro corti.
LUI - E s'io fossi solamente apparenza,
appoggiata su una falsa credenza?
LEI - Ahi, quanto a udirti dire è cosa dura!
Son io da definire montatura.
LUI - Se verrà un giorno ch'io dovrò lasciarti,
ti prego, gioia mia, non disperarti.
Ti prego, non mi fare un piagnisteo,
pur se divengo un pezzo da museo.
LEI - Un'ombra di grigior su te ho scorta:
ti senti forse una natura morta?
Non sei pago finché non sono a pezzi.
Con i continui transfert tu mi spezzi.
Io non ti reggo più, così pesante.
Sei smorto, mentre prima eri brillante.
Fai l'astratto, e un tempo eri realista...
Io spero che mi prenda un ebanista
Soluzione:
LEI la cornice LUI il dipinto