(Testo pubblicato in Tracce, n. 25/26, ottobre 1988 / gennaio 1989, Pescara)
Il divenire del testo risulta spesso, nel suo esplicitarsi, meno comunicante del suo apparato simbolico: anche per questo nascono (nelle diverse forme d'arte, non ultima la poesia) le sperimentazioni, alla ricerca di intrecci referenziali appropriati, di nuovi mezzi e metodi di comunicazione.
La semiologia poetica, che ha recentemente toccato i suoi punti più salienti con il Fonetico-Sonoro, la Visualità, la Corporeità e la Performance, apre oggi nuovi spazi di proposta teorica con una ipotesi di poesia metamorfica. Un modo di fare poesia che si riallaccia alle tradizioni tardo-medievali e rinascimentali, nell'uso di parole che si rendano scrigno di ulteriori rivelazioni, nei materiali lingustici del Gioco.
"L'essenza primordiale della poesia si accosta più di ogni altra cosa al concetto vero e proprio di gioco" ci rammenta Huizinga. Il gioco, che è dissociazione e ricerca di una complicità di atteggiamenti, costituisce il fondamentale carattere, il punto centrale della costruzione a tre piani della poesia metamorfica.
Il carattere di tale tridimensionalità semantica è dato dal messaggio manifesto, da quello latente (o simbolico) e da quello ludico, che spesso consente una ulteriore lettura iconica, attraverso acrostici, anagrammi, lipogrammi, versi ropalici, notarici, tautogrammi e così via.
Il metamorfismo, dunque, assume le caratteristiche del trasformismo ludico della parola, un gioco che si esprime attraverso un inganno ammiccante, uno sgambetto complice della fantasia e sottintende, nella doppiezza della sua lettura, un profondo significato erotico legato alla propria origine (se, come afferma Barthes, scrivere è come giocare con il corpo della propria madre).
Questo saggio è stato accompagnato dalla poesia a triplice lettura A Leopardi