(pubblicato su Kermesse 2006 / 2007, Annuario italiano dello spettacolo di strada e di pista)
Il teatro delle marionette, una delle forme più antiche e diffuse nel variegato mondo dello spettacolo, ha da sempre suscitato grande interesse tra i letterati: la marionetta, simulacro dell’uomo, permette di sostenere le verità più estreme, pronta a svuotarsi di vita quando la sua funzione si è esaurita. La tradizione del Puppenspiel è stata sempre molto seguita nell’Europa dell’Est ed in Germania, dove i romantici esaltarono tutte le possibilità metaforiche e politiche di quel tipo di spettacolo, e molti sono i nomi che potrebbero essere citati. Ma qui preferiamo avventurarci nella biografia di Goethe e scoprire che, in virtù di un teatrino regalatogli dalla nonna, egli cominciò da bambino a scrivere storie per i suoi pupazzi. Si racconta inoltre che, più tardi, gli capitò di assistere ad un Puppenspiel sulla leggenda di Faust: probabilmente si trattava de La tragica storia del dottor Faust di Christopher Marlowe, che era entrata nel repertorio del teatro delle marionette. Da tale episodio nasce la comune convinzione che l’impatto di quel suggestivo spettacolo sulla fantasia di quel giovanetto sia stato tale da far nascere addirittura in lui l’idea embrionale della prima versione del Faust (il cosiddetto Urfaust, scritto nel 1772, poi andato perso e ritrovato nel 1887).
Il 3 settembre 1786 Goethe partì improvvisamente per l’Italia, lasciando Weimar e l’amata Charlotte von Stein, per intraprendere il lungo viaggio che aveva lungamente fantasticato, verso un Paese che gli appariva come quel luogo ideale in cui l’uomo può vivere in armonia con se stesso, la natura e il divino. Gli appunti di quel fatidico “Viaggio in Italia” (Italienische Reise nell’originale) sono divenuti un testo di grande valore letterario, edito a più riprese sino al 1829. Il medesimo viaggio, ed in particolare il felice soggiorno trascorso a Roma dal 29 ottobre 1786 al 23 aprile 1788, rallegrato dalla presenza della giovane trasteverina Faustina, fornirono allo scrittore i temi di venti splendide liriche raccolte sotto il titolo di Elegie romane.
Nel suo secondo viaggio in Italia, con un soggiorno di quattro mesi a Venezia nel 1790, Goethe passa dall’incanto del primo viaggio ad un completo disincanto. Il rientro a Weimar aveva aperto un periodo di crisi nei rapporti del poeta con la corte ed il suo ambiente, ed in questa situazione egli aveva trovato odioso il compito che gli era stato assegnato di andare a Venezia ad attendere l’arrivo della duchessa madre Anna Amalia. In quelle tediose giornate veneziane egli non riesce proprio ad apprezzare il fascino della città e sfoga la sua inquietudine scrivendo una serie di brevi poesie in cui ha da lamentarsi di parecchie cose: di un’Italia senza ordine e disciplina, degli amori perduti, dei preti e delle loro reliquie, dei fangosi canali, persino delle proprie dissipazioni… finché non si imbatte in uno spettacolo di strada, eseguito da Bettina, una giovane acrobata che affascina subitamente lo scontroso viaggiatore con la grazia e la destrezza dei suoi esercizi. E nel libretto del poeta, destinato a raccogliere i cosiddetti Epigrammi veneziani, pioveranno allora versi che sono vere e proprie perle.
Gli epigrammi dedicati a Bettina da Goethe (sono quelli dal numero 36 al 47) possono dirsi tra i migliori esempi di poesia amorosa. Dai versi in questione appare peraltro evidente che il poeta, oltre ad apprezzare l’aggraziata femminilità della ragazza, abbia tenuto in gran conto le spericolate movenze della giovane artista che, lanciata per aria dal padre con destrezza, “fa la capriola, e dopo il salto mortale eccola di nuovo in piedi che corre, come nulla fosse”. L’acrobazia e l’equilibrismo sono due tipici esercizi della millenaria arte di strada e Goethe rappresenta con grande efficacia (epigramma 45) la felicità dei bambini, marinai, ambulanti e mendicanti che si affollano intorno a Bettina, consci di essere miracolosamente divenuti fanciulli nel condividere la fanciullesca gioia dell’artista per la riuscita del suo esercizio.
E come non sottolineare l’icastica affermazione goethiana espressa in chiusura dell’epigramma 47: “Saltimbanchi e poeti sono stretti parenti, e volentieri si cercano e si trovano”. Goethe ha scritto I dolori del giovane Werther, Le affinità elettive, Faust e tanti altri capolavori, ma forse sarebbe bastato quel verso sul rapporto di stretta parentela tra poesia ed arte di strada per riconoscere il pregio della sua elevata sensibilità artistica.
da “Epigrammi veneziani”
36.
Mi ero stancato di vedere soltanto dipinti,
gli splendidi tesori d’arte che Venezia conserva,
anche questo piacere richiede pausa e ristoro;
l’ardente mio sguardo cercava bellezza vivente:
acrobata fanciulla! In te vidi il modello
degli splendidi putti alati di Giovanni Bellini,
o di quelli del Veronese, che recava coppe allo sposo
e ne incantano gli ospiti illudendoli che l’acqua sia vino.
37.
Come intagliata da mano d’artista, morbida e senz’ossa,
guarda la cara figuretta, come nuota simile a un mollusco!
Tutto è membra e tutto è giunture, e tutto è grazioso,
e proporzionato, e mosso a comando.
Uomini ho conosciuto, e animali, sia pesci che uccelli,
e svariati rettili strani, prodigi della grande natura;
eppure, Bettina, mio dolce prodigio, non so non guardarti,
tu che in una sei tutte queste cose, e in più sei un angelo.
38.
Non sollevare, dolcezza, le piccole gambe verso il cielo!
Giove ti vede, il briccone, e Ganimede si preoccupa.
39.
Volgi pure al cielo i piedini, senza apprensione! Noialtri
stenderemo adoranti le braccia: ma senza la tua innocenza.
40.
Il tuo esile collo s’inclina da un lato:è questo un prodigio? Sovente
tutta ti sostiene, e tu sei leggera, ma pesante per l’esile collo.
A me non dispiace per nulla la testolina portata un po’ storta:
mai nuca si inchinò sotto un peso più bello.
41.
Con cupe figure intrecciate ad arbitrio confonde,
fosco e demoniaco, Brueghel il vacillante sguardo;
e Dürer, con apocalittiche immagini, uomini
e mostri insieme, logora il nostro buon senso.
Cantando di sfingi, sirene e centauri un poeta
curiosità e meraviglia risveglia in chi ascolta;
e un sogno sommuove l’ansioso che crede avanzare
e afferrare, mentre tutto mutevole gli aleggia dinanzi…
Così ci confonde Bettina, le dolci membra scambiando;
ma subito ci rallegra, quando poi tocca terra.
42.
Volentieri oltrepasso la larga linea tracciata col gesso.
Ma, se fa bottega, la piccola con grazia mi ricaccia indietro.
43.
“Ah, ma che fa con le creature? Gesù Maria!
Come mucchi di panni portati alla fonte.
Di sicuro cadrà! Non voglio vedere! Vieni, andiamo via! Che grazia!
Hai visto che equilibrio, che levità? E tutto col sorriso, in allegria!”
Fai bene, o vecchia, a lodare Bettina: già mi sembri
più giovane e bella ora che ti compiaci del mio tesoro.
44.
Mi piace tutto ciò che fai; ma più di tutto mi piace
quando tuo padre con destrezza ti lancia per aria,
tu in volo fai la capriola, e dopo il salto mortale
eccoti di nuovo in piedi che corri, come nulla fosse.
45.
Già si distendono i volti, fuggono le rughe della fatica,
la povertà e l’angoscia: credi di vedere persone felici.
Il marinaio di te s’intenerisce e ti accarezza la guancia;
per te si apre – poco, ma si apre – il borsellino,
e il veneziano apre il mantello e ti dà qualcosa
quasi tu implorassi a gran voce in nome dei miracoli di Sant’Antonio,
delle cinque piaghe del Signore, del cuore della beata Vergine,
della fiamma infernale che tormenta le anime.
Ogni bambinello, il marinaio, l’ambulante, il mendicante si affolla,
felice, innanzi a te, di essere, come te, un fanciullo.
46.
Poetare è un bel mestiere, solo, mi pare, caro:
più mi cresce il libriccino, più mi calano gli zecchini.
47.
“Sfaccendato, quale insania ti colse? Non la smetterai?
La ragazzina diverrà un libro? Intona qualcosa di più saggio!”
Calma! Non appena avrò capito un po’ meglio di ora
il loro mestiere, canterò i re e i grandi della terra.
Nel frattempo, però, canto Bettina: saltimbanchi e poeti
sono stretti parenti, e volentieri si cercano e si trovano.