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Storia del limerick

Saggio introduttivo di Giorgio Weiss alla raccolta di limerick dal titolo Che Dio la benedica! pubblicata da Sergio Sesto Serpillo, Editrice Scipioni, Valentano (VT), 2001.

 

Sulla base delle sue confessioni diaristiche noi sappiamo che Edward Lear, geniale disegnatore e versificatore, nato in un sobborgo londinese nel 1812, non ebbe mai una fiorente salute, dibattendosi sin dall’infanzia tra depressioni, bronchiti ed attacchi di asma. Non appena, però, gli fu possibile, Lear lasciò Londra e il suo insalubre clima per dedicarsi ai viaggi, frequentando l’Italia, soprattutto, e molti altri paesi.
Durante le sue peregrinazioni Lear scrisse note di viaggio e si dedicò all’arte del disegno, a lui congeniale, specializzandosi nella riproduzione dei colorati piumaggi degli uccelli e, in particolare, dei pappagalli. Tale attività gli dette ben presto una considerevole notorietà, tanto è vero che la regina Vittoria volle farsi impartire da lui alcune lezioni di disegno e Lord Stanley conte di Derby lo chiamò presso di sé perché provvedesse a raffigurare le sembianze di svariati animali, di diverse specie, che popolavano la sua tenuta di Knowsley Hall nel Lancashire.
Quella tenuta era spesso abitata dai nipotini del vecchio conte, e il buon Lear per farli divertire abbandonava temporaneamente i suoi calligrafici disegni sulla fauna del serraglio di Lord Stanley e s’inventava, lì per lì, improbabili avventure in rima, accompagnate da caricaturali scenette disegnate con la sua solita maestria.
I bambini sanno bene qual è uno dei modi più efficaci per salvarsi dagli incubi di una realtà talvolta spaventosa: ascoltare, sulle ali della fantasia, storie inverosimili che, con gusto e humour, sappiano trasformare nel gioco delle assurdità anche le vicende più amare. E Lear, da buon inglese, era assolutamente il personaggio adatto per svolgere questo compito, spinto (come fu per il quasi coetaneo Lewis Carroll, peraltro ben più noto, per i suoi celebrati Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio) dall’inclinazione per il gioco logico e verbale e dalla particolare attitudine a mettere a nudo l’assurdo con i sottili modi dell’umorismo.

Nel 1846 Lear pubblicò a Londra A Book of Nonsense, una raccolta di 110 brevi testi poetici, di cinque versi, illustrati da graziose vignette. L’autore acquistò subito meritata fama, specie in patria, favorito anche dalla vena irrazionale che aveva cominciato a percorrere la letteratura di quei tempi, in reazione al diffuso conformismo ideologico allora imperante. Di fronte a quel successo, le altre attività di Lear, pur se di valore, quali quella dei libri di viaggio (Illustrated Excursions in Italy – 1846, A Tour in Sicily – 1847, Journals of a Landscape Painter in Southern Calabria) e quella della grafica (illustrazioni di testi scientifici per la Zoological Society ed il British Museum) passano in second’ordine, e Lear si dedicò intensamente alla pubblicazione di nuovi libri di nonsense, tra cui: More Nonsense (1861), contenente altre 103 composizioni; More Nonsense, Pictures, Rhymes, Botany ecc. (1872); Laughable Lyrics: a Fresh Book of Nonsense (1877). Morì a San Remo nel 1888.

Il “nonsense” può dirsi una caratteristica precipua, e quasi esclusiva, della mentalità britannica. Non si tratta, infatti, di una tecnica o di un genere puramente letterario, ma di un fenomeno che trova alcune delle sue occasioni nello stesso ambito personale e nasce da una consuetudine che impone il massimo rispetto verso i fatti privati; in modo così spiccato da giustificare qualsiasi comportamento altrui, per strambo o bizzarro che sia.
In epoca moderna il nonsense è riconosciuto come un’espressione dichiarata e consapevole, che si è ormai affermata in letteratura. Peraltro, ancor prima che avvenisse ciò, non mancano nelle opere inglesi del passato brani in cui le incongruità si mostrano, con i loro effetti umoristici, il vero centro di attenzione e di attrazione per il lettore. Esempi di questo tipo possono trovarsi negli scritti di John Skelton, di Oliver Goldsmith, di Laurence Stern (1) e dei drammaturghi del teatro elisabettiano.

Edward Lear ha dato ai suoi nonsense forma poetica, nella specie di una strofa di soli cinque versi di ritmo giambico-anapestico (di due piedi il terzo e quarto verso, di tre piedi gli altri), con rime nella sequenza AABBA. Questa costruzione metrica ha assunto nel tempo il nome di “limerick”, una denominazione che ha origini misteriose, ma che l’interpretazione più diffusa fa derivare da un coro conviviale di origine settecentesca, di analoga scrittura prosodica, in cui veniva scherzosamente evocato il nome della cittadina irlandese Limerick.
Nelle strofe di Edward Lear la tradizionale cantilena dell’originario coro è trasfusa nel particolare schema narrativo dell’autore. Il primo verso contiene la presentazione del bizzarro e patetico personaggio che è protagonista della storiella, nonché l’indicazione della sua città; nei tre versi centrali sono raccontate, con il gusto del paradosso, e non sempre in modo innocente, le assurde vicende di quel mondo folle, ove Lear esprime tutta la sua incontenibile fantasia; l’ultimo verso, infine, definisce il carattere del soggetto del verso di apertura.


There was an Old Man of the West
who wore a pale plum-coloured vest;
when they said “Does it fit?”
he replied “Not a bit!”
that uneasy Old Man of the West.

C’era un vecchio signore d’occidente
che indossava un panciotto deprimente;
all’udir “Ti sembra adatto?”
rispondeva “Niente affatto!”
quell’intrattabil vecchio d’occidente.

(traduzione di G.W.)


In questi ultimi centocinquanta anni il limerick è andato sempre più diffondendosi nel mondo che parla la lingua inglese. Nel 1867 il Punch annunciò un “Giro d’Inghilterra attraverso i limerick” e venne invaso dalle poesie inviate dai lettori; seguirono affollati concorsi a premi banditi da vari settimanali, sia in Inghilterra che, più tardi, in America. Per dare qualche cifra, quattromila limerick vennero inviati al concorso indetto nel 1965 dal Business News e settemila vennero spediti nel 1973 al concorso del Sunday Mirror.
Molte sono le riviste in lingua inglese che cominciarono a pubblicare limerick con una certa regolarità, ma i nomi degli autori spesso non apparivano e quindi è difficile scoprire se tra loro vi fossero anche noti scrittori. Comunque, scorrendo una pubblicazione abbastanza recente (The Penguin Book of Limerick – ed. Penguin Books, 1983) è possibile leggere, tra i circa duecento autori antologizzati, i nomi di noti letterati, anche se talvolta l’attribuzione resta incerta, come – ad esempio – nei casi di Lewis Carroll, Rudyard Kipling e Algernon Charles Swinburne. Tra le attribuzioni indiscutibili si va da quelle di Dante Gabriel Rossetti, Dylan Thomas, Wystan Hugh Auden e Robert Frost a quelle di Mark Twain, Aldous Huxley, Robert Louis Stevenson, John Galsworthy, James Joyce, Anthony Burgess, Isaac Asimov, sino al Premio Nobel per la letteratura Bertrand Russell. Un elenco che vede più numerosi i romanzieri che i poeti, quasi come se questi ultimi non sentissero il fascino del limerick, nonostante che la poesia contemporanea ed il limerick abbiano in comune l’originale caratteristica di accostamenti inediti, e spesso azzardati, di vocaboli e concetti.
Peraltro, un poeta come Auden volle ricordare Edward Lear tra gli autori che aveva amato (2), e in altra occasione gli dedicò questi versi: “Parole lo spinsero al piano/ per fargli cantare canzonette buffe./ E i bambini sciamarono a lui come coloni./ Divenne una patria.”.

In Italia la moda del limerick è nata molto più tardi, trovando origini nella pubblicazione di una scelta di limerick di Lear nell’Enciclopedia dei ragazzi (adattamento della britannica Children’s Encyclopaedia) edita nel 1908 dall’editore Cogliati e a partire dal 1912 da Arnoldo Mondadori. Seguiranno un saggio di Carlo Izzo dal titolo L’umorismo alla luce del Book of Nonsense (1935) ed un articolo su La Stampa (1938) di Mario Praz, che si propone anche come traduttore del notissimo limerick del signore con una barba che è un vero campionario ornitologico (3) : “C’era un vecchio dal gran barbone/ che urlò: M’aspettavo quel tiro birbone!/ due gufi e un pollo/ quattro lodole e un torcicollo (4) / han tutti nidificato nel mio gran barbone!”.

Negli anni successivi sorgono altre iniziative editoriali, soprattutto a cura di Carlo Izzo, che continuano a dare risalto ai limerick di Lear, finché nel 1970 viene pubblicato nella collana de I Millenni di Einaudi un grosso volume dal titolo Il libro dei nonsense che contiene la traduzione, con testo inglese a fronte e la riproduzione dei disegni originali, delle due raccolte The Book of Nonsense e More Nonsense. Nel frattempo s’infittiscono gli articoli e i saggi, tra cui sono degni di nota quelli di Sergio Morando, Paolo De Benedetti, Civ’jan e Segal, Giampaolo Dossena, Franco Cavallone. Nel 1972 parte il Primo nonsensico giro d’Italia dei Wutki sulla rivista Linus e i limerick dei lettori invadono la redazione come “una marea montante”; nel 1974 sulla stessa rivista si dà il via a Il giro del mondo dei Wutki in 100 limericks.
Può dirsi che gli anni Settanta siano stati gli anni d’oro del limerick italiano. Nel 1973 Gianni Rodari pubblica Grammatica della Fantasia, un libro ormai classico, che ci offre idee per riconoscere il ruolo della fantasia nei processi formativi e renderne l’uso accessibile anche ai bambini. Un capitolo di questo libro è dedicato alla Costruzione di un limerick; e così il limerick, nato, nelle intenzioni di Edward Lear, per divertire i bambini all’ascolto, si manifesta un modello di versificazione molto adatto per essere usato dagli stessi bambini nella qualità di scrittori giocosi.

L’esperienza personale di chi scrive, acquisita negli incontri di poesia tenuti nelle scuole medie, per incarico della Biblioteca Centrale per Ragazzi del Comune di Roma, può confermare i felici risultati dei limerick inventati dai bambini, che non fanno alcuna fatica a trovare, pur rispettando le rime, le soluzioni più fantasiose e ardite, in un campo, quale quello dell’assurdo, che è a loro congeniale.

Altri testi, più recenti, da segnalare sono: il volume di Alessandro Caboni, edito da Bulzoni nel 1988, dal titolo Nonsense. Edward Lear e la tradizione del nonsense inglese; quello di Paolo Sarcangeli del 1989, Homo ridens, estetica, filologia, storia del comico, con alcune pagine dedicate al limerick; Limerick all’italiana di Carmine De Luca pubblicato nel numero di gennaio-marzo 1993 della rivista LG argomenti. È, infine, del 1994 Il libro dei limerick (Garzanti editore – collana Domino Vallardi) che vede gli autori, Max Manfredi e Manuel Trucco, impegnati a comporre un vero giro del mondo in 320 limerick. Il volume si avvale, oltre che della prefazione di Stefano Bartezzaghi, di un nutrito saggio intorno al limerick di Pier Paolo Rinaldi.
Manfredi e Trucco hanno scritto una caterva di limerick, ma non sono ovviamente i soli ad avere affrontato, in modo consistente ovvero soltanto sporadicamente, questa non facile ma divertente impresa. Tra i nomi che si potrebbero citare ne scegliamo alcuni, per lo più già citati come saggisti: Giuseppe Isnardi (che ebbe la fortuna di avere un nonno, l’ingegnere Giovenale Gastaldi, che costruì per Lear a Sanremo due ville, prima Villa Emily e poi Villa Tennyson), Paolo De Benedetti, Mario Spagnol, Sergio Morando, Gian Carlo Cabella, Giampaolo Dossena, Luigi Compagnone (5), Gianni Rodari, Carmine De Luca, Michele Serra, Guido Almansi (6).

Il grande successo ottenuto nell’Ottocento dai limerick di Lear – che, come sappiamo, erano destinati in un primo tempo ai bambini – determinò, quasi subito, un concomitante successo dei limerick osceni. Una rivista erotica inglese (il mensile The Pearl) già nel 1879 pubblicò un nutrito gruppo di limerick di questo tipo. Gli autori si sbizzarriscono, dedicandosi a temi quali l’autoerotismo ovvero prendendo spunto da azzardati giochi di parole (7), fino a parodiare con riferimenti sessuali i casti testi di Lear (8).
I limerick osceni, per comprensibili ragioni, hanno spesso viaggiato anonimamente. Tra le poche eccezioni c’è quella della raccolta di Norman Douglas, che ha il privilegio di essere stata pubblicata in Italia.
Norman Douglas, un gentiluomo scozzese di nobile lignaggio che fu a lungo nel Foreign Office, scelse nel 1900 di dimorare nel nostro paese, prima a Capri e poi a Firenze. In questa città, nel 1928, pubblicò il libro Some Limericks collected for the use of Students, & ensplendourd’d with Introduction, Geographical Index, and with Notes Explanatory and Critical. Nel 1990 questa raccolta, tradotta e curata da Benito Iezzi, con una nota introduttiva di Aldo Busi, è stata pubblicata, con testo inglese a fronte, da Alessandra Carola Editrice, sotto il titolo Certi limerick. Si tratta di testi molto audaci, che abbondano a volte di riferimenti scatologici e che hanno l’originalità di far seguire ad ogni limerick una sorta di didascalia, salace e colma di ironia.
Ecco uno degli esempi più castigati:


There was a young plumber of Leigh,
who was plumbing a girl by the sea.
Said she: ”Stop your plumbing:
there’s somebody coming!”.
Said the plumber, still plumbing:”It’s me!”.

C’era un giovin idraulico di Harare,
che pompava una tizia in riva al mare.
“Ferma quel che stai facendo:
c’è qualcun che sta venendo!”.
“Son io!” pompando disse quel di Harare.

(traduzione di G.W.)

A differenza di Norman Douglas, uno dei pochi scrittori che ebbe l’impertinenza di rivendicare apertamente la paternità dei suoi licenziosi limerick, il noto scrittore, anglicista e traduttore, che si cela sotto il “nom de guerre” di Sergio Sesto Serpillo, ha preferito tener discosta la sua intensa attività letteraria (numerosi romanzi, racconti, saggi critici, poesie ed un dramma in versi) spesso improntata ad una fine vena ironica, che negli anni giovanili gli apri le porte della mitica rivista Caffè, da questa eccentrica pubblicazione, ispirata da una profonda conoscenza della letteratura inglese, nonché dall’imperioso fascino dell’eccesso che vive in ogni vero artista.
Il titolo della raccolta, Limeriche, segnala l’esigenza di tradurre in italiano un vocabolo entrato a far parte dei nostri dizionari quale sostantivo maschile invariabile, ma che alcuni si ostinano a scrivere al plurale “limericks”. Per inciso, Stefano Bartezzaghi li chiama “limericchi”.
È sufficiente sfogliare le prime pagine di questo divertente libro, che contiene ben 366 “limeriche” (una al giorno, compreso l’anno bisestile), per rilevare quanto sia vario e gustoso il campionario dei modi stilistici e delle figure retoriche del nostro autore. Si va dai giochi di parole (“Lodava il culo però non lo dava” - lim.9; “C’è un fabbricante di bare di Bari” - lim.22; “Udir quel do di peto a Racalmuto” - lim. 14) alle allitterazioni (“C’è un fantasma galante a Gallarate” - lim.6; “C’era un Bruto, non brutto, di Torcello” – lim.17), dalla scatologia del lim.3 alla blasfemia del 6, senza però mai dimenticare le esigenze metriche e conservando l’eleganza di un intelligente sarcasmo, che spesso avvicina i grandi scrittori. Sembrano, infatti, ispirati da una medesima Musa questi due testi, l’uno di W. Savage Landor e l’altro di Sergio Sesto Serpillo:

To love one, and to be beloved by one,
is the greatest good a mortal can enjoy:
two love me; I love three; I am unhappy.

(epigramma LXII di Landor)

C’era un ricco Pascià di Istanbul
che aveva cinque Datori di Cul.
Però ne amava un sesto,
perciò era sempre mesto,
l’infelice Pascià di Istanbul.

(limerica 2 di Serpillo)


 



Note al testo:

 

1) “Tristram Shandy” - Capitolo LXIV – “... quale impaccio, danno o guaio può venire ad un uomo dal lodevole desiderio di apprendere, sia pure da un beone?...”. Stern poteva chiudere così, invece continua con tutta questa serie di ipotesi quasi sempre nonsensiche: “... da una pentola, da uno sciocco, da uno sgabello, da un paio di mezziguanti, da una rotella di carrucola, da una bottiglia da olio, da una vecchia ciabatta o da una sedia di canna?”.

2) “Tu devi chiedermi chi/ ha scritto proprio come mi sarebbe piaciuto fare./ Mi fermo ad ascoltare e i nomi che sento/ sono quelli di Firbank, Potter, Carroll, Lear” da Lettera a Lord Byron (1936). Ronald Firbank è conosciuto per i suoi romanzi fitti di bizzarrie letterarie, Beatrix Potter è l’autrice di Peter Rabbit.

3) La versione originaria dice: “There was an Old Man with a beard,/ who said: It is just as I feared!/ Two owls and a hen,/ four larks and a wren,/ have all built their nests in my beard!”

4) Uccellino dei Piciformi con zampe brevi e collo mobilissimo.

5) Questo è un suo limerick, di evidente natura epigrammatica: “C’era un vecchio lettore di Ferrara/ che la sua città aveva assai cara./ Lesse Bassani e la sentì più cara./ Se lo rilesse, e s’ordinò la bara/ stufo ormai di Bassani e di Ferrara.“

6) A questa lista potrebbe aggiungersi anche lo scrivente, che ha pubblicato sulla rivista La Corte (n.14 del 1992) una serie di limerick sul tema delle nuvole, tra cui: “C’era un’anziana lesbica di Bronte/ con un grande bernoccol sulla fronte,/ giacché il dì che fu fottuta/ dalle nuvole è caduta./ Brontola ancora quella vecchia a Bronte.”.

7) Vedi i limerick dedicati a “The Joung Lady of Ulva”, che conducono irrimediabilmente ad una rima con “vulva”.

8) Il noto limerick di Lear “There was an Old Man of Cape Horn/ who wished he had never been born,/ so he sat on a chair,/ till he died of despair,/ that dolorous Man of Cape Horn” viene trasformato in un diverso limerick (attribuito ad Algernon Charles Swinburne) con questi tre versi finali “nor would he have been/ if his father had seen/ that the end of the rubber was torn”. (“C’era un vecchio a Capo Horn/ che avrebbe voluto non essere mai nato/ ... non lo sarebbe mai stato/ se suo padre avesse visto/ che la punta del preservativo era strappata”).

 

 

 

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