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Prefazione a "Brividi nel Tempo" di Angelo Sagnelli

In un raro libretto edito da Scheiwiller nel 1973, con una deliziosa serie di elzeviri pubblicati negli anni 1946-1951 da Montale, che tratteggiavano, con perfida arguzia, i "caratteri" di alcuni artisti (il poeta, il pittore, il musicista, il cantante ed altri), spicca, per la sua efficacia satirica, il pezzo intitolato La poesia non esiste. È questa la tesi che, secondo quel racconto, un giovane poeta tedesco, tale Ulrich K., avrebbe esposto a Montale in una notte del cupo inverno 1944.
"I moderni - sostiene Ulrich - i moderni, egregio collega, li facciamo noi con la nostra collaborazione. Non offrono mai l'impressione della stabilità. Creda a me, la poesia non esiste. Quando è antica non possiamo identificarci con lei, quando è nuova ripugna come tutte le cose nuove: non ha storia, non ha volto, non ha stile. Una poesia perfetta sarebbe come un sistema filosofico che quadrasse, sarebbe la fine della vita, un'esplosione, un crollo. E una poesia imperfetta non è una poesia."
Montale, che troverà successivamente in Satura la sorprendente compiutezza di una sua vena parodica, dai più sino ad allora insospettata, sembra anticipare, con le "maschere" di quelle piccole prose, le composizioni che successivamente rappresenteranno, con grande incisività, le sue ironiche meditazioni sulle insensatezze del mondo contemporaneo.
Non sembra, quindi, opportuno trascurare, giudicandole soltanto scherzose, le verità che Montale fa trasparire attraverso le catastrofiche meditazioni del suo Ulrich K.
La verità è che non poche volte un prefatore deve assumersi l'illusoria funzione demiurgica di chi contribuisce a far nascere dal nulla una poesia che non esiste. Ed è molto meno frequente che - come si verifica in questo caso - il presentatore di una raccolta poetica inedita possa, giustamente, limitare la propria funzione a quella di una convinta testimonianza sulla validità letteraria di un'opera.
La raccolta di Angelo Sagnelli è, in gran parte, il frutto di un'osservazione, attenta e malinconica, del mondo che ci circonda e ci sovrasta. Un'osservazione che non rinuncia alle esigenze razionalizzanti di una cultura e di una intuizione critica che, in questo poeta, sono di indubitabile rilievo.
Se è vero che l'ispirazione poetica di Sagnelli prende spunto, quasi sistematicamente, da una vigile esplorazione della realtà cosmica in cui viviamo, va peraltro osservato che questa suggestione rende, comunque, l'autore consapevole della esigenza di evitare le secche di una abusata rappresentazione di quadretti di maniera.
Il tramonto, un giorno piovoso, il cielo stellato, una goccia di mare, un giardino d'autunno, l'arsura della terra, il fantastico passaggio di una cometa sono per il poeta le occasioni propizie per far sgorgare dalla propria penna interrogativi e vagheggiamenti filosofici di sapore leopardiano.
"Cos'è la vita/ se non eterna fuga?".
"E i sogni, le illusioni,/ la speranza non son/ anch'essi macchine/ del tempo, che vanno/ a dritta per poi tornare/ a manca là, dove batte/ sensibilmente il vento?".
Nel trascorrere del giorno e della notte, con luci ed ombre che si rincorrono nell'eterno fluire delle ore, si rispecchia - soggiunge il poeta in Luci ed Ombre - l'alternarsi degli eventi umani, ora tristi ora lieti: "Forse, domani/ additerò con mano/ la nascita del sole,/ e nuove luci ed ombre/ verranno ancora corse/ dai brividi del tempo".
Ed è sempre la natura a rammentare al poeta - vedi la composizione Le Forme - che "la notte incalza" e, irresistibilmente, "il respiro tremulo del tempo" muterà "i volti/ gli sguardi e le sembianze/ nell'affannosa corsa della vita".
Ne La Fuga è, infine, l'immagine di un vento tempestoso a mostrarci, con drammatica efficacia, la quasi impossibilità, in un mondo che è in continua fuga, di fermarsi, acquetarsi, "abbeverando il corpo/ di verde e di pensieri". E non basterà cercare spasmodicamente appigli contro la furia del tempo e degli impegni: "Solo le mani,/ nude,/ sulle rocce impervie/ cercano appigli;/ ma il vento è forte/ ed ogni presa/ è vana".
Sul piano ritmico c'è da dire che, sotto un'apparente stesura di versi brevi dal metro libero, si evidenzia facilmente, alla lettura, la frequente presenza di endecasillabi spesso di buona fattura.
Basterà infatti seguire l'accortezza (indispensabile ai fini di una esatta interpretazione del testo) di far coincidere le pause del respiro con la fine dei versi e, quando occorra, con la punteggiatura: ci si renderà così conto che, nella raccolta qui esaminata, brevi versi ed emistichi consecutivi formano sovente un endecasillabo. Attraverso questa chiave di lettura risulteranno più evidenti rime e assonanze, esterne o interne, che impreziosiscono il ritmo musicale del componimento poetico.
L'aspetto grafico che Sagnelli ha dato alle sue composizioni appare essere, in effetti, un'esigenza fondamentalmente visiva, e cioè l'intenzione di segnare sul foglio un percorso spezzato, che sia atto a meglio significare la tortuosità ed il breve respiro delle vicende umane. Per dare, in conclusione, una dimostrazione pratica della presenza (latente e forse anche ignorata dallo stesso autore) di numerosi endecasillabi nei testi di cui si parla, si rende utile riportare - ad esemplificazione - una diversa trascrizione della poesia Nel Bosco, che evidenzia quattordici perfetti endecasillabi e cinque tra decasillabi e dodecasillabi.

Nel Bosco
Nelle notti d'estate, quando il sonno
tarda, m'inoltro lentamente dentro
il bosco; mi fermo, siedo, ascolto l'acqua,
che gorgogliando segue il suo percorso.
Quella voce è un canto, un suono, il bisbigliar
dell'ombre, che sempre al cuor sommessamente parla.
Ed il pensiero, timido risponde
con un ricordo, un sogno, una speranza.
Anche la luna pallida e stanca,
ritorna ad abbracciar questo fogliame:
ed è un fruscio, un'eco, un coro,
alla sua luce argentata e bianca.
Che incanto, che note!
Potesse il tempo attendere un istante
nel paradiso delle verdi fronde!
Ma... esso passa,
orma non lascia. Ogni cosa rinnova,
ogni cosa rimpasta. Anche nel cielo,
dove corrono le stelle e dove par
che le cose siano ancora più belle,
s'annida il dolore, s'ode un gran pianto
- si vive e si muore - anche in quell'incanto.