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A Tobia Gorrio

N.B.: Nel saggio su Boito l'autore ha inserito cinque distici con la struttura del notarico, di volta in volta riferiti agli argomenti trattati nel testo.
Il notarico è un componimento in cui tutte le lettere iniziali delle parole contenute nel testo, lette di seguito, danno nomi, parole o frasi, spesso con funzione di dedica.

 

Il frettoloso sguardo di Antonio Porta si aprì, finalmente disteso, al sorriso quand'io inavvertitamente accennai ad Arrigo Boito, magnificandone le doti di scrittore. E quando, sull'onda dell'entusiasmo, mi spinsi a dire di Re Orso e del libretto di Falstaff e dell'epistolario con la Duse, mi fu grato avvedermi che su quelle basi all'apparenza fragili stava nascendo una solida, amichevole intesa.
Ma non c'è da meravigliarsi. Esistono consorterie strettissime di appassionati cultori, dal catecumeno al corifeo, delle opere di Poust, di Stendhal, ovviamente di Dante e di altri grandi della scrittura. E non mancano i fanatici ricercatori, gli irriducibili investigatori delle tracce anche minime dei trascorsi di quei personaggi; vicende spesso del tutto immaginarie o fittizie, ma non per questo meno scandagliate, soppesate e perscrutate.
Perché, quindi, non godere l'eccitante, sottile complicità di una conoscenza attenta e minuta del ponderoso volume delle lettere tra Boito e la Duse?

Ancor rammento, restammo interdetti,
gli occhi briosi offerti in tesa osmosi.
(primo inserto notarico)

La forte ammirazione per uno scrittore porta sovente all'inconsapevole assorbimento delle sue tematiche, stili e stilemi. Una sorta di irresistibile, fatale attrazione che spinge a comportamenti imitativi, palesemente condizionati dal modello, quando non sconfini nella vera e propria immedesimazione o, quanto meno, in una pretesa consanguineità.
Un fenomeno ancora tutto da indagare questo, che, in un momento peculiarmente immaginativo, ha indotto me e Riviello a pensare, per associazione di idee, alle armoniche e concordi figurazioni dei danzatori impegnati in quel vivace movimento coreografico, in ritmo binario, che vien definito paso doble.
Per quanto mi riguarda il paso doble non può prescindere dalle affinità elettive e quindi le mie preferenze non potevano che cadere su un partner scapigliato, antitradizionalista, lucido e spericolato, un poeta come Arrigo Boito, che non disdegnava l'abilità versificatrice del librettista d'opera e che sapeva far danzare, nella luce dei riflettori, parole e note musicali in originali movenze e acrobatici passi e frenetiche giravolte.
E poi, per quel che ho detto innanzi, non è ultima cosa, ai fini della mia scelta, il fatto che anche lui, nella vita privata, fosse uno che aveva facilmente resistito alle lusinghe del matrimonio, coltivando lunghi amori, gratificati da tenerezze, appuntamenti segreti, e persino dalle piccole complicità di giochetti linguistici, spesso di non facile accezione per i profani.
Parlar d'amore per mezzo di acrostici, palindromi, bisensi ed altre bizzarrie letterarie è - come vedremo più avanti - lo stravagante modo usato da Boito nelle sue corrispondeze d'amorosi sensi. Un modo che tanto mi accomuna (o vorrei che mi accomunasse) a lui, almeno per un semplice paso doble.

Ardui riscontri rapidi intrecciando,
gli ornati balli ordisco in tale opra.
(secondo inserto notarico)

Nel maggio 1884 tre baldi quarantenni in gita a Superga, Arrigo Boito, Giovanni Camerana e Giuseppe Giacosa, entrati in un ristorante videro seduta a un tavolo l'affascinante Eleonora Duse, con il marito Tebaldo Checchi e Giovanni Verga. La Duse, benché appena venticinquenne, era attrice già molto nota, anche perché nel gennaio di quell'anno aveva riscosso un clamoroso successo nella Cavalleria rusticana, riduzione teatrale di una novella della raccolta verghiana Vita dei campi, che, secondo qualche critico, ha praticamente dato inizio al teatro verista italiano.
In uno slancio di grande e sincera galanteria Arrigo Boito, rifugiatosi in un angolo della sala, compose in un baleno per la Duse questa poesia:

Noi siamo tre Romei:
Madonna, fa' che si diventi sei.
Scesi dall'Alpi algenti
ove dan morte turbinando i venti
qui ne venimmo dove
preghiam del viso tuo dolcezze nove.
Fa' che tu ne promette,
sul bel colle, lontan dall'empie sette,
tanto dall'occhio bruno
che sembri dire: "intorno a me v'aduno"
e ne farà felici
se l'assenso richieste: "a voi do" dici.
Ché, se rivolgi ad altre
estranie cose le pupille scaltre,
noi sentiremo il fiotto
stagnar dal core e piangerem dirotto.
Esaudi i tre Romei,
se buona, se gentil, se santa sei.

Mettete in colonna tutti quei numeri in neretto alla fine dei versi e vi accorgerete (con sommo stupore io ritengo) che l'ultimo numero, sessantasei, non è altro che la somma degli altri numeri citati nella poesia.

Un'altra volta (4 giugno dello stesso anno) Boito mandò alla Duse, con un biglietto in cui diceva "Le parole son fatte per giocare", la pagina di maggio di un calendarietto francese, con questi suoi versi:

In questo mese il raggio
dei vostri occhi mirai.
Letto in francese è il maggio.
Ma in italiano è un mai.

L'abile poesiola, nel dare risalto al mese che aveva visto il loro primo incontro, mette in mostra con quel mai lo sconforto di un innamorato che teme di non avere speranze. E l'amore nacque, irresisitibilmente, forse anche per merito di quei garbati e intelligenti modi di approccio.
Cinque anni più tardi (nel novembre 1889) Eleonora rammenta in una sua lettera i versi con cui Arrigo qualche tempo prima le aveva inviato un prezioso anello:

È fedel non lede fé
e madonna annoda me.

Il diabolico versificatore era infatti uno specialista in palindromi e la Duse, amorosamente coinvolta in quelle bravure linguistiche, avrà forse apprezzato, più che l'anello, i due eccezionali versi, da leggere sia da sinistra a destra che da destra a sinistra.

Amor ricerca rischi in grati omaggi
bramando oscuri indizi, tracce occulte.
(terzo inserto notarico)

Boito e i suoi amici della Scapigliatura milanese si professano liberi pensatori, sono in aspra polemica contro l'ipocrita mentalità borghese, ignorano il vieto galateo del pudore, combattono la letteratura passatista. Sono un pittoresco drappello, all'insegna del bizzarro, dell'eccentrico, del paradossale.
Nella composita trama dei motivi che, con vari accostamenti e spostamenti, uniscono questi scrittori, spiccano i reticoli di rime e di versi che si intrecciano nelle composizioni di Boito, veri e propri cruciverba metrici, su cui si esercita la sofisticata perizia dell'autore.
Le infinite risorse stilistiche del Nostro lo portano ad inventarsi ogni genere di ostacoli linguistici, con tanta e così macchinosa applicazione da lasciare sbalorditi. "Sì, io ho cercato con le mie stesse mani gli strumenti della mia tortura" confessò una volta Boito.
E D'Annunzio lo definisce "Maestro di tutte le arti, occulto, pieno di segreti, che facilmente gioca e non rivela il gioco difficilissimo a cui sembra di continuo intento il suo spirito". I giochi di Boito sono tutt'altro che un esercizio gratuito e distaccato: essi sono il prodotto di un impegno accanito e senza risparmio; sono il frutto delle minuziose ricerche che sempre accompagnano la lenta gestazione del suo lavoro.
E questo vale anche per i bifronti, gli acrostici, i palindromi letterari e musicali, gli incredibili versi tetrasdruccioli e pentasdruccioli, in cui talvolta Boito si cimenta, con gradevoli (o terribili) risultati, come in questa quartina apparsa sul numero unico Milan Milanin del 1884:

Sì crudo è il gelo che le rime sdrùcciolanosene
tremando, e in fondo al verso rincantùcciolanosene;
le gocciole d'inchiostro stalattìtificanomisi
sotto la penna, ovvero stalagmìtificanomisi.

Non sono di certo frivolezze questi vistuosismi, non sono vani capricci di un ingegno dispersivo. Ma, a parer mio, anche gli eccessi sono il segno di una forma di negazione della letteratura morigerata, uno smascheramento dell'usata poesia accademica.

Al ritrovar radici, intrighi, giochi
ogni buona occasione i temi onora.
(quarto inserto notarico)

Lorenzo Da Ponte dette alle stampe a New York nel 1819 un libello per reagire contro l'ingiustizia commessa ai suoi danni da un recensore della Blackwood's Edinburgh Review, che nel commentare il Don Giovanni di Mozart non lo aveva citato come librettista.
"Perché Mozart insistette per avere un libretto sul Don Giovanni scritto da Da Ponte e non da un qualsiasi altro commediografo?" si chiede nel suo pamphlet Da Ponte e, con sicuro orgoglio, conclude: "Mozart sapeva benissimo che il succeso di un'opera dipende, prima di tutto, dal poeta".
Talvolta, è vero, i versi dei libretti sono indifendibili. Ma vogliamo soffermarci a considerare Pietro Trapassi, detto Metastasio, il grande poeta che seppe dare dignità al dramma per musica? Vogliamo rilevare il decisivo contributo dato da Boito al successo di opere come il verdiano Falstaff?
Il libretto del Falstaff, con i suoi versi di straordinaria invenzione comica, con i suoi pastiches linguistici di grande maestria strutturale, è universalmente conosciuto come un'opera poetica di alto valore artistico. E il fatto che si tratti di un libretto d'opera esalta ancor di più il suo eccezionale pregio, tenuto conto che l'autore, pur godendo di una grande autonomia nell'elaborazione dell'intreccio e nella stesura dei versi, ha dovuto tener presenti le particolari esigenze del genere librettistico e porre quindi in rilievo le possibilità musicali e contrappuntistiche della parola.
Ma anche gli altri libretti del Nostro non mancano di valore poetico. Si pensi all'Otello (anch'esso scritto per Verdi) a La Gioconda (scritta per Ponchielli), con lo pseudonimo anagrammatico di Tobia Gorrio, e ai libretti per le opere Mefistofele e Nerone, musicate dallo stesso Boito. Essi sono il non trascurabile aspetto di una laboriosa e stimata carriera artistica, iniziata in giovanissima età.
Sui vent'anni, infatti, Boito aveva già scritto le sue opere più significative; aveva fondato con Emilio Praga il settimanale Figaro; aveva, sempre con Praga, messo in scena Le madri galanti, una commedia "solennemente zittita, per non dire fischiata"; era stato uno dei principali esponenti della scapigliatura milanese; aveva musicato insieme a Franco Faccio propri testi poetici, tra cui il mistero Le sorelle d'Italia; aveva scritto le parole dell'Inno delle Nazioni commissionatogli da Verdi; aveva suscitato feroci polemiche con la sua ode All'arte italiana che rifiutava acerbamente ogni forma stereotipa d'arte; si era arruolato tra i garibaldini; era stato persino ferito in duello da Giovanni Verga.
E poi aveva scritto un delizioso racconto, L'alfier nero, che trae forza dalla sua particolare dimestichezza con il gioco degli scacchi, e la celebre favola poetica Re Orso.

Alla ribalta ringhia il grande Orso,
bisticci od irti trabocchetti osando.
(quinto inserto notarico)

Re Orso è comunemente inteso come il testo più accattivante e sperimentalmente aggressivo di Boito. Contiene elementi dissacratori, con attacchi alla Chiesa e alla religione (poi stemperati nelle successive edizioni) e una sfrontatezza ludica (ritornelli martellanti, parodie di canti liturgici, acrostici e "miserere" al rovescio) che appare munita di una forte carica di rottura.
La favola si chiude con una morale in versi (ove peraltro Boito conferma l'ambiguità del suo dire) che, nel segno dell'ironia, mi sento di condividere a piene mani.

Né savio motto - né aforismo dotto,
né sermo o perno - di morale eterno
nessun ricerchi in me.
Sol lo strambo - quaderno - un ambo - o un terno
può dar di botto - per chi gioca al lotto.
Dunque ascoltate - l'ambo o il terno c'è:
un boia e un frate - un gobbo, un verme e un re.