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Presentazione a "Gatti gattucci gattacci" di Alberto Arcioni

Presentazione letta da Giorgio Weiss in occasione di una manifestazione organizzata dall'Associazione Miciopolis nel 2007.

 

Nel parlare del libro di Alberto Arcioni dal titolo “Gatti gattucci gattacci” con sedici poesie inedite in dialetto romanesco voglio innanzi tutto rilevare che il gatto, che qui viene affettuosamente celebrato con la sapiente vena poetica del Nostro, non ha avuto sinora che esigui spazi nella poesia romanesca.
Si pensi che nella vastissima opera del Belli non si trovano, pur se l’esame è stato affrettato, che due sonetti dedicati al gatto (“Er gatto girannolone” n.1373, “Morte certa ora incerta” n.232), talvolta evocato soltanto come modo di dire (“La gatta morta” n.1942, “Quanno er gatto nun c’è li sorci balleno” n.204).
Questa assenza quasi totale del gatto (come peraltro anche degli animali in genere) nel repertorio poetico belliano non deve stupire, in quanto, come afferma lo stesso Belli - all’inizio della sua introduzione al libro dei sonetti mai pubblicato – egli aveva letteralmente “deliberato di lasciare un monumento di quello che allora era la plebe di Roma”. Cosa che ha magistralmente fatto con la sua eversiva e irridente satira della Roma pontificia.
Neppure nelle raccolte poetiche di Cesare Pascarella, e così in quelle di altri autori romaneschi, come Giggi Zanazzo, Augusto Jandolo e Mario Dell’Arco, il personaggio-gatto è presente, evidentemente non essendo confacente al genere storico-patriottico di Pascarella e al lirismo o all’idilliaco verseggiare degli autori citati.
Per Trilussa il discorso è diverso: egli, infatti, pur essendo un poeta di grandi qualità favolistiche, che, sulle tracce di Esopo, Fedro, del Roman de Renard e di La Fontaine, ha dato agli animali un rilevante ruolo, per qualità e quantità, nella rappresentazione dei difetti della società borghese dell’epoca, ha trascurato, tra i tanti animali evocati, il gatto.
“Li convincimenti der gatto” (pag.206), “Er gatto avvocato” (pag. 264), “La morte der gatto” (pag.233) e “La solidarietà der gatto” (pag.133) sono risultati, ad una rapida lettura dei testi di Trilussa, i soli componimenti dedicati al nostro amato felino.
Che dire? Forse perché in Trilussa e negli altri favolisti gli animali non hanno un ruolo fisso, ma si presentano con una elasticità caratteriale che offre loro di volta in volta un ampio e dinamico spettro di possibilità psicologiche o simboliche. Il gatto, invece, con la sua personalità così ben definita, mal si adatta a ricoprire ruoli diversi da quelli che gli sono congeniali, quali la misteriosità, una spiccata furbizia ed un’assoluta indipendenza, che sembra spingersi sino ad una sorta di alterigia.
Alberto Arcioni invece, con i suoi delicati ritratti, sacrifica la sua vena spiccatamente ironica sull’altare di questa bestiola che è stata capace di suscitare in lui, come nell’animo di milioni di altre persone, un sentimento amorevole, che ha mosso le sue più riposte corde di poeta. D’altra parte un animale ritenuto sacro dagli Egizi, considerato nel Corano, venerato dai monaci birmani, libero di scorazzare nei templi tailandesi, celebrato e amato da poeti come Thomas Stearns Eliot, Gabriele D’Annunzio, Charles Baudelaire, Théophile Gautier ha trovato finalmente in Arcioni un estimatore che ha colmato un vuoto esistente nella grande poesia romanesca.

 

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