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Prefazione a "Le cinque sponde" di Alvaro Silvij

In letteratura titoli e sottotitoli rispondono soprattutto all’esigenza di fornire ai potenziali lettori informazioni preventive circa i caratteri e la natura dell’opera, per cui sembra qui opportuno analizzare il messaggio che l’autore ha voluto farci pervenire attraverso i titoli della sua raccolta.
Il volume di Alvaro Silvij reca il titolo Le cinque sponde (con un sottotitolo Prose) e si divide in 5 sezioni, a loro volta intitolate Le prose dell’anima, Le prose del sentimento, Le prose della gloria, Le prose della rabbia (amarezza) e Le prose del tramonto. Queste “sponde” non possono che rappresentare, metaforicamente, un percorso esistenziale visto attraverso le più rimarchevoli fasi del vissuto.
Sono sponde, approdi o rive in cui, nel corso degli anni, l’autore ha trovato rifugio e accoglienza, sbarcando dal travagliato mare della sua esperienza. Sono terre rivierasche in cui egli si è avventurato, percorrendole in lungo e in largo, con gli entusiasmi, le gioie, le incertezze e le ansie, con gli empiti, gli sdegni, le delusioni e i rimpianti di un viaggiatore incantato, soccorso dalla sua incrollabile fede e sempre sorretto da una incontaminata dignità di uomo.
L’autore ha il vezzo di definire “prose” le sue composizioni: una denominazione che pecca (forse volutamente) di improprietà, e ciò anche se tra prosa e poesia i confini non sempre si presentano così netti e precisi da non ingenerare dubbi o equivoci di sorta, dovendosi, anzi, giungere talvolta al compromesso di adottare definizioni quali quelle di "prose poetiche" o "ritmate" ovvero di "poesie a carattere prosastico" e così via.
Nel caso de Le cinque sponde è, invero, facile considerare che si tratti senz’altro di testi scritti in versi, ossia attraverso la caratteristica spezzettatura di uno scritto in tante righe, così da scandire il ritmico periodare della poesia.
Nei testi che andiamo esaminando non mancano, poi, altri elementi tipici della poesia: le strofe (che, nel flusso fonico di una composizione poetica, concatenano alcuni versi) e le rime. Di queste ultime, basate sulla identità fra i suoni finali di due parole poste in chiusura del verso o all’interno di esso, possiamo dare, spigolando qua e là, qualche leggiadro esempio: “Misuri i miei passi… tra i dirupi e i sassi” (dalla poesia Prima… prima); “Piccolo grande fiore/ piantato nel giardino del Signore” (dalla poesia M. Teresa di Calcutta); “Poi ho portato la fascia arancione/ come insegna della delusione” (da Giostra amorosa).
Altri elementi caratterizzanti la poesia sono gli schemi metrici che, considerando la versificazione italiana, scandiscono i ritmi attraverso il numero delle sillabe e il posizionamento degli accenti grammaticali.
Una vasta casistica offre ai nostri poeti una serie quasi infinita di modelli, con l’alternarsi o il susseguirsi di versi di medesima o diversa lunghezza (dal bisillabo all’endecasillabo, dal settenario doppio o martelliano all’ottonario doppio) e la proposizione di forme fisse, più o meno chiuse, legate soprattutto alle rime e alla composizione delle strofe (dalla terzina dantesca al sonetto, dal madrigale alla canzone). Ma nel Cinquecento cominciò a fiorire un verso libero dalla costrizione della rima, definito “verso sciolto”, e successivamente, in una sorta di rivolta contro tutte le convenzioni tradizionali della versificazione, nacque in Francia il “vers libre”, introdotto nel secolo scorso in Italia con il nome di “verso libero” (vedi Domenico Gnoli in Apriamo i vetri! nella raccolta Fra terra ed astri, 1903 e, quasi contemporaneamente, Gabriele D’Annunzio in Laus Vitae, 1903).
Il verso libero, non più dipendente da schemi metrici precostituiti, trova così molti proseliti nell’attuale panorama poetico, e la costruzione ritmica resta, per lo più, liberamente regolata dalla sensibilità del poeta.
Versi liberi sono, appunto, quelli di Alvaro Silvij, anche se in alcune sue composizioni talvolta si ritrovano, come inconsciamente sgorgati dalla sua poetica vena, settenari in gradevole alternanza con il più vario, efficace ed armonioso verso della nostra tradizione, l’endecasillabo.
Si prenda in esame, ad esempio, la poesia Alba e si vedrà come, in una nostra diversa trascrizione, che modifica soltanto la scansione dei versi, si evidenzia una serie di cinque endecasillabi alternati a nove settenari (oltre a due versi di differente metro).


Alba che tingi il cielo
di rosa e doni omaggio
al giorno che si desta,
perché non dai al cuor che non riposa
un po’ dei tuoi colori?

Oggi sei mesta e sbiadita,
come sfiorita…
Più dunque non t’adorni
dei bei colori opachi e cristallini
che fanno ricordar sogni divini?

Gioia sarà a colui
che con audace mano
potrà prendere un lembo di tua veste
e farti prigioniera,
o fuggitiva alba
regina dei miei sogni e lusinghiera.

Sul piano formale, quindi, le composizioni di Alvaro Silvij sono da classificare quali poesie e non semplici prose; ma va capita questa perplessità dell’autore a definirle come tali, come se egli sentisse una sorta di riluttanza ad affacciarsi prepotentemente nei sacri recinti della poesia.
La poesia è invero un’arte che si manifesta segretamente, talvolta attraverso le insolite vibrazioni o le improvvise luminescenze che nascono da una sola parola, una frase, un verso; ed è da apprezzare la circospetta saggezza di un autore che – a differenza di tanti altri incautamente sicuri di sé – affronta con riserbo una materia evanescente e misteriosa come quella poetica, pur essendo in grado di esprimere versi di appassionato idealismo, molto efficaci nel loro istintivo dettato.
D’altra parte, come è noto, il verbo poetico ebbe ad annunciarsi come lontano miraggio persino a grandi personaggi letterari quali Sergio Corazzini (“Perché tu mi dici: poeta?/ Io non sono un poeta./ Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.”) e Aldo Palazzeschi (“Son forse un poeta?/ No, certo./ Non scrive che una parola, ben strana,/ la penna dell’anima mia: follia.”).