Nel vasto e frammentato panorama artistico dei nostri tempi l’attività poetica e pittorica svolta negli anni da Franca Battista si segnala, nel campo delle lettere, con nitida evidenza, per la sua assoluta singolarità. La scrittura della Battista è, infatti, caratterizzata da un colto verbalismo e da un’estrema ricchezza del patrimonio lessicale, arricchito dall’uso frequente di vere rarità linguistiche e letterarie (tali da suggerire similarità con D’Annunzio), che la rendono particolarmente idonea a suscitare nel lettore profonde suggestioni legate ad arcane ricordanze.
I preziosismi e persino gli arcaismi delle locuzioni poetiche della scrittrice non hanno mai il fine di dare al testo una semplice patina di antico o di evocare leziosità barocche (nonostante l’omonimia – o parentela? - con il poeta secentesco Giuseppe Battista, fra gli esempi più interessanti dello stile barocco meridionale), bensì rispondono, a mio avviso, ad un’interiore, ineludibile esigenza di richiamare nel tessuto poetico, con adeguato periodare, sensazioni trascorse ma tuttora presenti.
Si guardi a Cinigia, un volume della nostra autrice pubblicato nel 1995, che propone al lettore, attraverso una cultura approfondita che consente una ricerca estetizzante, le sottili trame degli elementi naturali, nella loro continua evoluzione. All’inizio della raccolta sono pubblicate alcune poesie dai titoli alquanto desueti, come Cinigia, Cengia, Caligine, Contigia, che sembrano addirittura evocare un gioco linguistico e strutturale basato sulla contrainte: in quei titoli, infatti, appaiono soltanto cinque consonanti (C G L N T, oltre alle vocali a e i o), tre delle quali (CGT con la vocale A) costituiscono, per strepitosa coincidenza, le lettere dell’informazione genetica contenuta nel DNA.
La presentazione del volume Cinigia coincise con una esposizione di un’installazione pittorica della stessa autrice, frutto di una sua ricerca intesa a rappresentare simbolicamente un oggetto di antica familiarità, lo scaldaletto. Questo apparato pittorico - illustrato attraverso la circolarità delle forme (alludenti al coperchio e al fondo del braciere) e i colori del rame, della brace rovente, dei tizzoni spenti e della grigiastra cenere - si dissolse al termine dell’esposizione in un falò, alimentato, in questa occasione, anche dal fuoco dell’arte.
Come si è avanti accennato, la Battista lavora sulla scia di artisti che hanno avuto la capacità di esprimersi compiutamente sia in campo letterario che pittorico. Aristotele nella Poetica sostiene che soltanto i pittori e i poeti hanno il privilegio di poter raffigurare la realtà con una libertà che alle altre arti non è concessa; Orazio nella Ars Poetica suffraga questa tesi con la sua famosa similitudine “Ut pictura poesis”; è noto inoltre l’aforisma del poeta greco Simonide secondo cui “la pittura è poesia muta e la poesia pittura parlante”; Plutarco, infine, paragona l’immaginazione letteraria al colore “che è simile alla vita ed ha il potere di creare un’illusione”. Tali elementi connettivi tra l’arte poetica e quella pittorica possono indubbiamente riscontrarsi nelle opere della Battista: una coerenza artistica ed espressiva, che - tanto per esemplificare, in modo più che sintetico - si ritrova in artisti che sono ai massimi vertici del nostro tempo, quali Rafael Alberti, Filippo De Pisis, Scipione, Mino Maccari, Toti Scialoja ed Emilio Tadini.
Nel 1999 venne edito da Tracce il volume Arsura, che vide Franca Battista prima classificata nella Sezione Poesia del Premio Letterario “Nuove scrittrici”. Una raccolta di poesie che testimonia ancora una volta l’originalità espressiva di una ricerca linguistica che – come si legge nel profilo critico emesso dalla Giuria del Premio – “è centrata sulla valenza fonetica e semantica della parola, al fine di cogliere le distonie del linguaggio corrente e recuperarle in forme armoniche all’interno del proprio personale modo stilistico... con versi di grande ricchezza immaginativa, in cui non manca l’espressione di simboli e allegorie attraverso gli aspetti più visionari e surreali della poesia... che ci introducono nel senso più pieno della storia della poesia del Novecento”.
Nello stesso anno 1999 venne pubblicato dal Comune di Monte San Giovanni Campano un volumetto dal titolo I vicoli nei vincoli, che testimonia l’attività del Laboratorio di educazione ambientale svoltosi durante l’anno scolastico dagli alunni della Scuola Media “Angelicum”, a cura di Franca Battista e Mirella Tersigni nel loro ruolo di insegnanti. Una attività, questa, di cui sembra del tutto opportuno dare notizia, in quanto amplia e definisce più compiutamente la personalità artistica della Battista, una poetessa e pittrice che sa intessere, anche in forma ludica, proficui rapporti con i giovani e si industria a diffondere, con dedizione ed entusiasmo, il seme delle sue conoscenze e della sua sensibilità.
Negli anni seguenti sono usciti altri libretti: I colli le calli i calli...? della valle (2000), I luoghi solari dei casolari (2001), L’icona della cona (2002), Alla fonte delle fonti (2003) frutto sempre del Laboratorio curato da Franca Battista e Mirella Tersigni, nei quali appaiono i lavori realizzati nel corso degli anni scolastici dagli alunni della Scuola Media “Angelicum”. Questo pregevole materiale ci rende partecipi di quanto sia stato operoso e proficuo l’impegno profuso dalle insegnanti per offrire spunti formativi e stimolare la creatività grafica e linguistica degli allievi, nel corretto uso delle diverse tecniche e nella sperimentazione di giochi semantici.
Chiose sulla chiusa è il titolo della presente raccolta poetica, un poemetto di rara bellezza che, con vivezza di immagini e sapienza di scrittura, canta le vicende naturali della chiusa, un restringimento della valle fluviale del Liri che funge da confine tra i territori dei Comuni di Monte San Giovanni Campano e Fontana Liri.
Il fiume Liri, nato dai Monti Simbruini (nel comune di Petrella Liri), attraversa nel suo lungo percorso l’Abruzzo occidentale e poi, entrato nel Lazio, la provincia di Frosinone, bagnando Sora, Isola del Liri, Anitrella, Fontana Liri, Ceprano, Pontecorvo. Giunto ai confini della provincia di Frosinone, il Liri riceve le acque di un piccolo affluente, il Gari-Rapido, e da lì, sotto il nome di Garigliano, delimita il confine fra Lazio e Campania sfociando nel golfo di Gaeta, nei pressi di Minturno.
In Ciociaria il Liri assume un ruolo di rilievo. Infatti, oltre ad alimentare, con la corrente delle sue benefiche acque, centrali elettriche e stabilimenti industriali, il fiume rappresenta, con il verde cupo delle sue acque, con i pioppi e i canneti che vi si specchiano dalle rive e con le superbe cascate che vi strapiombano, uno scenario naturale di grande fascino. Non c’è quindi da meravigliarsi che Franca Battista, nata e vissuta su quelle sponde, abbia voluto dedicare alle familiari acque del Liri gli immaginifici versi delle sue composizioni poetiche.
D’altra parte il Liri è stato ricordato anche da Dante che, con il nome di Verde, lo cita ben due volte nella Divina Commedia. Nel Purgatorio, al Canto III, ove Dante fa dire a Manfredi che il suo cadavere fu dissotterrato e portato a lumi spenti (come allora si usava per gli scomunicati) fuori dal suo regno e gettato insepolto sulla nuda terra poco lungi dal Garigliano, allora detto Verde (“Or le bagna la pioggia e move il vento/ di fuor dal regno, quasi lungo il Verde/ dov’e’ le trasmutò a lume spento” vv.130-132). E nel Paradiso, al Canto VIII, ove Carlo Martello re d’Ungheria si manifesta a Dante rammaricandosi che, se non fosse morto in giovane età, sarebbe a lui spettato un regno nel sud d’Italia; che viene qui descritto come un corno o triangolo che ha un vertice a Catona (si presume si tratti di un paesello calabro) e gli altri due vertici alle foci del Tronto e del Verde (“e quel corno d’Ausonia che s’imborga/ di Bari, di Gaeta e di Catona/ da ove Tronto e Verde in mare sgorga” vv.61-63).
Dante, come si è visto, si limita a due citazioni, una di carattere storico e l’altra quale riferimento geografico; la Battista, invece, fa del Liri - e soprattutto di quel breve tratto in cui i fianchi vallivi si ravvicinano formando una chiusa – l’oggetto ancestrale delle sue osservazioni, dei suoi giochi semantici, delle sue fantasie; scrivendo versi che, con modestia, ma anche con ammiccante ironia, ella definisce semplici “chiose”, cioè annotazioni marginali, postille.
La ripetizione di lettere o gruppi di lettere, uguali o affini, è il segno sottile, di estrema ricercatezza, che, a fini stilistici, la poetessa usa con piena disinvoltura. Già all’inizio del volume, il titolo Chiose sulla chiusa si riverbera con stupefacente insistenza sull’accezione fonica della prima poesia:
Chiasmi di chiocciole
Un chi-urlo nella chiusa
sul chenopodio chermisi.
Le chiazze di chincaglie
al chioccolio chimerico,
i chiasmi di chiocciole
chiodate sulla china
e i chiaroscuri di chiome
nel chiasso
dei chiarori cheti.
Il lettore avveduto – reduce forse dalla lettura dei pascoliani Canti di Castelvecchio, in cui abbondano i suoni onomatopeici del canto degli uccelli – si renderà qui conto dell’importanza strategica di quel trattino che, nella poesia sopra citata, divide il sostantivo “chiurlo”, un volatile dal lungo becco detto anche ”chiù” dal verso che ripetutamente “urla”. Ma c’è da osservare che se si volessero seriamente annotare tutte quelle figure bisensiche o polisensiche che in questa silloge ampliano, volutamente o meno, il significato dei versi, ci sarebbe da perdere la testa.
Ad esempio, “chiosa” è un termine che notoriamente indica una nota esplicativa, ma nel linguaggio arcaico “chiosa” definisce anche una grossa macchia o chiazza, generalmente sulla stoffa. Ed allora l’attenzione corre ad altre macchie, quelle che, dopo poche pagine, vedono alcune donne intente a lavare i panni nella chiusa; una suggestiva immagine, quasi sacrale, nei ricordi dell’autrice che, nella sua fanciullezza le scorgeva dall’alto, occhieggiando attraverso le piante di gichero.
Icone
Ri-attraverso tracciati
di sentieri d’aro.
Le lavandaie sugli argini
crenati,
sotto l’arco del ponte i canti
urlati,
i panni battuti su rocce
levigate,
lo schiocco dei coralli
nelle vene.
Ora quello sciacquio caparbio
nel pensiero.
Fiume d’icone
al ponte incardinate.
La scena delle lavandaie nel loro faticoso lavoro, si ripete in Mantiglie, una poesia ove il sentimento del passato si esprime con vera partecipazione emozionale, attraverso versi suggestivi nella loro delicatezza.
Da quel ponte sulla chiusa possono osservarsi, a mo’ di passerella su uno spettacolo in continua osmosi, le innumerevoli piante che lussureggiano selvaggiamente sui “margini degli argini”: dalle felci all’arillo che fa da rivestimento ai semi:
Arillo
Sui margini degli argini
spore d’osmunda
ramate nell’ottone,
la trapunta di muschio
sul vello delle pietre
e sugli strazi del vento
nei giorni dell’arsura.
Sul ponte i passi incerti
di chi scruta,
nel verde il rosso vivo
dell’arillo
tinge d’ilarità
liquami d’ozio.
Su quello stesso ponte nascono misteriose Vibrazioni (Vibra il ponte/ dei legami/ scuote gli argini/ dei rimpianti/ e le faville dei sensi/ lucenti tra i lampioni) e si ode, quando infuria “la sferza del vento”, un assordante rumor di Ferraglie (Sopra gli anfratti/ ferraglie rugginose/ assillano la chiusa/ con tintinnii assordanti/ e raschi ombrosi).
Nel vivido palcoscenico della chiusa il Liri, subendo il sensibile restringimento della sua valle fluviale, è purtroppo oppresso da macerie e rifiuti. Sembra ormai stremato e oppresso dopo il suo lungo cammino:
Rupe
Disgregata dal ghiaccio
ora la chiusa
è rupe dai cristalli screziati
corpo terragno
dai rari vezzi orlati
che opprime e libera il Liri
ormai stremato.
L’angosciosa visione di fango, melma, guazza e rifiuti attraversa ossessivamente parecchie poesie di questo volume, rendendo manifesta la sofferenza dell’autrice nel dover constatare quotidianamente la contaminazione di un paesaggio a lei caro, che colpisce la sua sensibilità di poeta e di artista visiva.
Una citazione sommaria delle folgoranti immagini con cui la Battista segnala le inquietanti brutture sarà forse bastevole a far comprendere l’importanza degli appassionati legami con la terra natia, che sono all’origine di questa sua pregevole opera poetica.
“... Sul fiume riverberi del giallo/ galleggiano su zattere di suoni/ verso oscure barriere d’afonia/ e siepi di rifiuti aculeati.” (da Siepi); “Reperti lignei/ galleggiano nel Liri... “ (da Reperti); “Nel coagulo ocra di fanghiglie/ i tratti delle foglie ormai sfibrate...” (da Coagulo); “... Nel tratto della chiusa/ nella penombra della nostalgia/ vibrano affanni d’onde/ aloni di sussurri/ e schegge di limo/ straripate” (da Aloni); ”... S’accentua il giallo ridente/ di lassana/ nel plumbeo tracimare dei liquami...” (da Monotonia); “...Mentre s’addensa l’orda dei rifiuti/ e s’incupisce il fiume...” (da Verbasco); “Ritrovo impronte, passi,/ polvere di sassi,/ pozzanghere e guazza.” (da Ritrovo); e, per finire, questo struggente quadretto notturno.
Lampioni
Fiochi lampioni
arrossano i gorgheggi
le sagome truci
sbozzate nella melma
l’ambiguità fangosa
di forre d’arenaria
che s’appressano al greto
tra onde di ciarpame.
L’ansa del fiume in cui si forma la chiusa ai piedi di Fontana Liri ha l’attrattiva e il fascino di uno spettacolo naturale che vive, nel corso delle stagioni, il continuo avvicendarsi di un’ampia varietà di forme, colori, sonorità e odori.
Si passa dalla secchezza e l’arsura dei giorni torridi, quando l’acqua si ritrae e “cubi spettrali/ di cemento eroso/ cancellano la vita/ dal fondale”, sino alla stagione delle piogge, con le fiumane e il ribollire del Liri nel “suo fluire/ concitato e squassante/ nel ventre della chiusa” tanto da far traballare il ponte.
Ma poi giunge il tempo del “maggiociondolo” (che non è – si badi bene – una delle straordinarie invenzioni linguistiche dell’autrice, ma è soltanto il secondo nome del “laburno”, un arbusto spontaneo delle papilionacee che fiorisce a maggio) quando “sulla riva rilucono ciottoli/ di nubi/ legati al cielo/ con nastri di smeraldo”. E le ninfee, tanto care alla pittura impressionista di Claude Monet, si specchiano nelle acque lente del Liri e nei versi a loro dedicati dalla Battista.
Il fiume scorre, talvolta faticosamente, nella chiusa, rivolto alla sua meta lontana, verso la foce nei pressi di Minturno, là dove giacciono le rovine della città antica Minturnae. Nel suo tratto finale esso non sarà più Liri ma Garigliano, col quale nome ha il potere di evocare memorabili episodi guerreschi avvenuti sulle sue rive: da Consalvo di Cordoba che nel 1504 vi sconfisse i Francesi, agli scontri tra le truppe angloamericane e tedesche nel corso della seconda guerra mondiale.
Quando il fiume in piena supera e abbandona la chiusa, dove talvolta si è arenato in secca, esso sembra correre verso i più ampi spazi marini, con una furia che la Battista descrive come una “smania della fuga/ verso spazi d’azzurro/ e tulle di maree/ o lapislazzuli di cielo/ nella chiaria velata dell’albore/ Dai vortici schiumosi/ vertici eburnei vaporano/ nel fuoco”. Questi versi tratti dalla poesia Fuga, significativamente posta tra le ultime del libro, potrebbero dare l’impressione di esprimere un analogo, seppure inavvertito, desiderio di fuga dell’autrice, che, in verità, meriterebbe senz’altro di far volare i propri versi tra “lapislazzuli di cielo” e “vertici eburnei”.