Alberto Arcioni è poeta noto soprattutto per il dialetto romanesco. Autore di versi pregevoli, sia per l’eleganza formale che per la personale vena narrativa. Spesso in lui prevale la nota satirica, molto godibile nei libri (Ulisse e Circe e Se fossero nati a Roma) ove realizza una esilarante “riscrittura” di versi dell’Odissea e di celebri liriche della nostra letteratura.
In questo prezioso libriccino Arcioni ha invece scelto la lingua italiana per dedicare ad una giovane donna tredici composizioni poetiche pervase da sapienti tocchi di grande delicatezza. L’apparente giocosità di quei versi è il frutto dell’intento di celare discretamente le emozioni di una disperante avventura amorosa.
Il cuore di un poeta, anche se non più giovanissimo, è pur sempre caldo e le sue ferite sgocciolano intense (Regalo – Ci son rimasto male/ quando hai rifiutato il mio regalo/ ben bene impacchettato/ con la carta stagnola a strisce d’oro./ Dentro c’era il mio cuore, ancora caldo./ A malincuore, allora,/ l’ho riportato in tutta fretta a casa,/ ma sgocciolava ancora). Ma basterebbe di lei un sorriso a squarciare quell’autunnale cielo grigio e far tornare il sereno (Autunno – Pioggia, vento, freddate/ fanno l’autunno triste e disperato.// Ma basta che un sorriso/ squarci quel cielo grigio/ che ritorna il sereno/ e volo in paradiso).
Il dolce di Anna è una poesia che trasuda passionalità, superando le remore di un linguaggio solitamente castigato e peritoso: qui si identifica in un dolce fatto in casa la fragranza di una donna tutta latte, giulebbe, vaniglia ed altre prelibatezze. Ed il testo si chiude con il veemente Me la mangio con gli occhi quella cosa./ Chissà com’è il sapore.
La giovinezza purtroppo è spesso ingrata. Il poeta, sconfortato, chiude questa raffinata silloge con un’aspra poesia dal titolo Congedo. Il sogno non si è realizzato. Restano questi versi in cui le speranze, le illusioni, l’entusiasmo, il sorridente gioco poetico si fondono inavvertitamente con le inutili attese, il rimpianto ed un vago senso di morte.
Il cuore di un poeta, anche se non più giovanissimo, è pur sempre caldo e le sue ferite sgocciolano intense (Regalo – Ci son rimasto male/ quando hai rifiutato il mio regalo/ ben bene impacchettato/ con la carta stagnola a strisce d’oro./ Dentro c’era il mio cuore, ancora caldo./ A malincuore, allora,/ l’ho riportato in tutta fretta a casa,/ ma sgocciolava ancora). Ma basterebbe di lei un sorriso a squarciare quell’autunnale cielo grigio e far tornare il sereno (Autunno – Pioggia, vento, freddate/ fanno l’autunno triste e disperato.// Ma basta che un sorriso/ squarci quel cielo grigio/ che ritorna il sereno/ e volo in paradiso).
Il dolce di Anna è una poesia che trasuda passionalità, superando le remore di un linguaggio solitamente castigato e peritoso: qui si identifica in un dolce fatto in casa la fragranza di una donna tutta latte, giulebbe, vaniglia ed altre prelibatezze. Ed il testo si chiude con il veemente Me la mangio con gli occhi quella cosa./ Chissà com’è il sapore.
La giovinezza purtroppo è spesso ingrata. Il poeta, sconfortato, chiude questa raffinata silloge con un’aspra poesia dal titolo Congedo. Il sogno non si è realizzato. Restano questi versi in cui le speranze, le illusioni, l’entusiasmo, il sorridente gioco poetico si fondono inavvertitamente con le inutili attese, il rimpianto ed un vago senso di morte.
Giorgio Weiss