skip to content

Carlomagno e le sue gesta

Con il nome di Chansons de geste si designano i poemi epici del medioevo francese, i più antichi dei quali (la Chanson de Roland, la Chanson de Guillaume, Gormont et Isembart e il Pèlerinage de Charlemagne) risalgono all'inizio del XII secolo, pur descrivendo personaggi e avvenimenti, storici o leggendari, dell'VIII e IX secolo.

Il termine "canzoni" accenna al modo della loro diffusione, essendo esse narrate, di castello in castello, sulle piazze, nelle fiere, attraverso il canto dei "jongleurs" o menestrelli che si accompagnavano preferibilmente con la ghironda ("vielle à roue") un antico strumento a corde azionato da una ruota mossa da una manovella. La specificazione di "gesta" ne designa invece il contenuto, celebrativo delle imprese compiute nelle lotte feudali e nelle guerre contro l'Islam.

La Chanson de Roland, la più antica e più bella delle canzoni di gesta (conosciuta attraverso il cosiddetto "manoscritto di Oxford": 4.002 decasillabi in dialetto anglo-normannno) si riferisce ad avvenimenti storici riguardanti il giovane Carlo re dei Franchi (non ancora il leggendario Carlomagno) che, nella primavera dell'anno 778, attraversò i Pirenei con il più grande esercito che avesse mai condotto dapprima e pose l'assedio alla città di Saragozza. Richiamato d'urgenza in patria, per la notizia di una sommossa in Aquitania e soprattutto per intervenire contro i Sassoni che si erano ancora una volta ribellati ai Franchi, Carlo ritornò sui suoi passi riattraversando i Pirenei; ma al valico di Roncisvalle, nell'agosto 778, la retroguardia delle sue truppe fu attaccata in un agguato da parte di montanari baschi. I soldati, appesantiti dalle armature si trovarono in difficoltà nei confronti di chi, con armi leggere, traeva vantaggio dalle difficoltà del terreno, e la battaglia si concluse con una vera e propria strage dei franchi, tra cui il maggiordomo di Carlo, alcuni altri notabili e Roland conte della Marca Bretone.

Nel famoso poema in morte di Roland questi eventi si trasformano in epopea, con alcune varianti apportate agli avvenimenti storici dalla fantasia creativa dell'anonimo autore di quello che può definirsi il primo capolavoro della letteratura francese: Roland diventa nipote di un imperatore Carlomagno in tardissima età, la spedizione assume il carattere di una crociata di sette anni contro il fantomatico Marsilio re di Spagna, l'imboscata si ingigantisce in un attacco ai franchi da parte di un enorme numero di saraceni, il successo di questi ultimi viene fatto risalire al tradimento di Ganelon patrigno di Roland, lo stesso Roland figura come l'eroe che si rifiuta di chiamare soccorso e che soltanto quand'è morente in mezzo ai suoi compagni tutti uccisi dà fiato con sovrumano sforzo all'olifante (corno d'avorio usato dai paladini di Francia), a Carlomagno infine si attribuisce il ruolo del re giusto che per vendicare la morte di Roland fa strage dei saraceni e punisce Ganelon.
Una semplice imboscata al valico pirenaico di Roncesvalles si trasforma quindi in una grande eroica battaglia ove vibrano i veri sentimenti dei francesi del XII secolo: il disinteressato eroismo, l'amore per la Francia, la fedeltà al proprio signore e alla propria fede sino al martirio.

La cavalleria in quell'epoca era una sorta di confraternita internazionale, con riti di ammissione, regole di vita e ideali universalmente riconosciuti, in cui si fondevano onore, cortesia verso le dame, desiderio di proteggere la chiesa e i poveri, amore per le imprese pericolose, fraternità fra i cavalieri anche appartenenti a schieramenti nemici. Il cavaliere della corte di re Carlo, le cui virtù principali sono il valore a tutta prova e la fedeltà senza limiti, ama la battaglia come sanguinosa carneficina e teatro di gloria: le imprese guerresche gli dischiudono le porte del cielo. Il poeta propone queste idealità senza spiegazione alcuna e senza eccezioni, come puro dovere.


Sempre a partire dal XII secolo erano fioriti, soprattutto nel sud della Francia, nell'Aquitania e a Tolosa, in numerose piccole corti, componimenti poetici che celebravano la donna cortese ed esaltavano l'amore del cavaliere. Sotto i raggi del sole, sul nudo terreno, tra le balze dei monti, i "trobadors", cui appartenevano sia prìncipi che villani rifatti, celebravano nei loro canti la semplice gioia di vivere con accenti più efficaci di quanto potessero i clerici vaganti con il loro latino scherzoso. Ma presto i cantori cominciarono ad attribuire importanza fondamentale alla cavalleria, innalzandola nella sfera delle alte attività intellettuali; anche se in alcune canzoni di gesta, come il Pèlerinage de Charlemagne, appaiono elementi caratteristici della poesia giullaresca: la caricatura, gli accenni maliziosi, la satira spinta sino alla parodia.

Questo istituto morale fu affermato e divulgato da una letteratura in volgare che ebbe origine in Francia con la Chanson de Roland e, prepotentemente, si propagò in Inghilterra, in Germania, Italia, Spagna ed altri paesi.
Quanto all'Italia si possono citare poemi cavallereschi come L'entrée d'Espagne di Minocchio da Padova, la Prise de Pampelune di Nicolò da Verona, Meliadus di Rustichello da Pisa e, più tardi, il Brito di Brettagna di Antonio Pucci, il Guerrin Meschino, I Reali di Francia e Storie Narbonesi (tutte opere in prosa) di Andrea da Barberino, Il Morgante di Luigi Pulci, l'Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo (Orlando è ovviamente la traduzione in italiano di Roland), l'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, fino a giungere al Rinaldo e alla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso.

I giullari e i menestrelli che, oltre a partecipare alle grandi feste del castello, suonando e cantando per la delizia di tutta la compagnia, giravano per fiere e mercati, di villaggio in villaggio, narrando tra l'altro le prodezze di Carlomagno, di Orlando e degli altri famosi eroi, trovano riscontro negli odierni cantastorie e contastorie.


I cantastorie e i contastorie possono dirsi narratori professionisti che praticano due forme di rappresentazione, caratterizzate ciascuna da una propria tecnica.
I primi sono specializzati in brevi storie, che in parte cantano e in parte recitano, usando sovente un cartello dipinto con scene che ne illustrano la trama. Si tratta di drammi e racconti ispirati soprattutto a fatti recenti di storia patria, come anche ad episodi di cronaca nera, basati su testi in massima parte originali e comunque non desunti da copioni del teatro maggiore. I fatti sono raccontati con grande semplicità, sulla traccia di resoconti giornalistici o di memorie popolari, dando spazio, specialmente negli ultimi tempi, ad interpretazioni poetiche che hanno notevoli spunti di carattere ironico o satirico, come quelle, molto apprezzate, di Laura Kibel, Mauro Chechi e Felice Pantoni.

Tra i testi a carattere storico possiamo citare L'assedio di Parigi; La battaglia di Marengo; Garibaldi a Palermo e tra quelli ispirati alle gesta criminose di famosi banditi sono da rammentare Antonio Gasparone soprannominato il Principe dei monti; Vita, gesta e morte del Biondin; Le cinque memorabili giornate di Giuseppe Mastrilli, ove quei briganti vengono spesso trasfigurati in leggenda, come è avvenuto in Inghilterra con Robin Hood, in Francia con Mandrin, in America con Jesse James. Sono copioni quasi del tutto introvabili, per cui ci sembra singolare trascrivere in calce a questo testo alcune parti di una cantata sul delitto commesso in giovane età da Pietro Pacciani.

I contastorie narrano invece, per lo più, soggetti di epica medievale, che improvvisano con uno stile di declamazione ritmica sguainando una spada per amplificare la gesticolazione. Oggi può dirsi che uno dei pochi contastorie ancora in attività sia Mimmo Cuticchio, che peraltro si esibisce nei teatri.

I cantastorie e i contastorie, dunque, possono dirsi i continuatori degli "histriones" e dei mimi dell'antichità classica, nonché dei "vagantes" e dei "jongleurs" medievali.

Ma è nell'Opera dei Pupi, il tradizionale teatro siciliano delle marionette, che la letteratura epico-cavalleresca, particolarmente quella del ciclo carolingio, ha trovato veramente, anche in epoca moderna, interpreti di eccezionale bravura ed ascoltatori attenti e interessati.
I pupi si differenziano dalle altre marionette, oltre che per i soggetti trattati, principalmente per la loro dinamica, essendo azionati da fili di ferro.
C'è poi da notare che nel Teatro dei pupi gli applausi da parte del pubblico non premiano, in genere, la bravura della manovra o della recitazione, ma salutano il trionfo dell'eroe, le sue vittorie, i suoi amori, i suoi riconoscimenti. Il mito dei paladini di Francia non era infatti materia di pura evasione, poiché le marionette impersonavano le speranze, le lotte, le vittorie e le sconfitte dell'esistenza.
È difficile stabilire con certezza quando e dove siano nati i pupi. Alcuni suppongono che derivino dai marionettisti siracusani che ai tempi di Socrate si esibivano ad Atene; altri rilevano che il teatro delle marionette si ritrova, con varie caratteristiche tecniche e tematiche, in tutto il mondo, fin da tempi antichissimi. È peraltro certo che "pupo" deriva dal latino "pupus" (bambolotto, fantoccio, ma anche bambino in tenera età come si usa tuttora nel gergo romanesco) e che con la stessa etimologia si ritrova il termine "pupazzo", nonché l'inglese "puppet" e il tedesco "puppe".
Inizialmente i "manovratori" e i "parlatori" dell'Opera dei Pupi si servivano di un canovaccio, come quelli della commedia dell'arte. Nel 1860 venne stampata da Giusto Lodico la Storia dei Paladini di Francia, un libro in cui l'autore assemblò in un unico testo le trame di un gran numero di poemi del ciclo carolingio. I personaggi della Storia dei Paladini costituiscono una vera e propria tipologia umana: un traditore è un Gano di Maganza; un uomo ricco che si lascia facilmente ingannare dai malvagi è un Carlomagno; un uomo forte leale e fedele, ma poco fortunato con le donne è un Orlando; un fanfarone allegro e generoso è un Astolfo; e così via.

I cantastorie e contastorie avevano già operato una prima trasformazione dei poemi e romanzi cavallereschi; successivamente, con l'Opera dei Pupi, nasce la possibilità di aggiungere alle immagini della fantasia eroica dei paladini le passioni e i sentimenti espressi dal corpo vivo e combattivo del pupo che, con la sua lucente armatura, brandisce lancia e spada per accompagnare i suoi gesti e le sue parole.
Il Teatro dei pupi conquista così una sua sfera di autonomia poetica rispetto alla Chanson de Roland e agli altri poemi carolingi che il puparo può usare, manipolare o reinventare. Nella Chanson Gano ha "corpo gagliardo, viso di bel colore", nel Teatro dei pupi egli perde i connotati di bellezza e diventa piccolo e brutto, sfregiato in viso e tetro. Quando il puparo fa parlare un saraceno, un diavolo o Gano usa di solito voce ed espressioni del proprio dialetto, quando fa parlare Orlando o Carlomagno ricerca invece lo stile aulico della lingua letteraria.

Oggi può dirsi che il mondo dei pupi si è quasi del tutto estinto, come osservava, sin dalla fine dell'Ottocento, Giuseppe Pitré. Di quella tradizione artistica permeata di poesia non è rimasto forse che il Museo Internazionale delle Marionette, sorto a Palermo nella sua sede più congeniale.
Qualcuno potrebbe sostenere che l'attuale abbandono d'interesse per le eroiche battaglie e guerre sante rappresentate dall'Opera dei Pupi sia segno di una nuova ed apprezzabile propensione del pubblico verso sentimenti di pace e di fraternità. Questa ipotesi non sembra convincente, visto che nella tradizione di quel teatro non mancano davvero episodi con finalità edificanti, e tenuto conto che quei canovacci, nonostante cantassero la guerra, rispettavano sempre valori di giustizia e moralità, rifiutando la violenza gratuita che adesso sfortunatamente imperversa nelle rappresentazioni cinematografiche e televisive.

 
Per chiudere riportiamo degli estratti, rammentando quel che Benedetto Croce
suggerisce: "molte ispirazioni artistiche sorgono non da
quello che l'artista è come uomo, ma anzi da quello che non è o che
sente che non si debba essere. Molte e forse le più belle pagine di
poesia eroica e guerresca sono dovute ad uomini che non avrebbero
saputo o potuto brandire mai un'arma".
Un passo della Rotta di Roncisvalle e fine di Orlando di Emanuele Macrì, in cui Orlando invoca:
0 come sei silente o valle.

Pochi momenti fa c'era il rumore
assordante della battaglia, ora regna
il silenzio sinistro e pauroso della morte.
Non si ode più il cozzare delle spade
e delle lance sugli scudi e le corazze
né il rimbombare delle mazze sugli elmi.
Tutto è finito ormai, fedeli e infedeli
sono affiancati nell'ultimo anelito di vita.
Ora comprendo come non ho mai compreso
che solo nella morte si è fratelli!

 

CHANSON DE ROLAND
(testo originale)

 

Mort de Roland (v.2375-2396)

Li quenz Rollant se jut desuz un pin,
Envers Espaigne en ad turnet sun vis,
De plusurs choses a remembrer li prist:
De tantes teres cum li bers cunquist,
De dulce France, des humes de sun lign,
De Carlemagne, sun seignor, kil nurrit;
Ne poet muer n'en plurt et ne suspirt;
Mais lui meïsme ne volt mettre en ubli,
Cleimet sa culpe, si priet Deu mercit:
« Veire Patene, ki unkes ne mentis,
Seint Lazaron de mort resurrexis
E Daniel des leons guaresis,
Guaris de mei l'anme de tuz perilz
Pur les pecchez que en ma vie fis ! »
Sun destre guant a Deu en puroffrit;
Seint Gabriel de sa main l'ad pris;
Desur sun braz teneit le chef enclin;
Juntes ses mains est alet a sa fin.
Deus tramist sun angle Cherubin
E seint Michel del Peril;
Ensembl'od els sent Gabriel i vint;
l'anme del cunte portent en pareïs.

CHANSON DE ROLAND
(traduzione in francese moderno)

Mort de Roland (v.2375-2396)

Le comte Roland s'est couché sous un pin;
Vers l'Espagne il a tourné son visage.
De plusieurs choses il se mit à se souvenir:
De tant de terres que le chevalier conquit,
De douce France, des hommes de sa famille,
De Charlemagne, son seigneur qui l'éleva;
Il ne peut s'empêcher d'en pleurer et soupirer;
Mais il ne veut pas s'oublier lui-même,
Il confesse ses fautes, il demande à Dieu pardon:
« Vrai Dieu le Père, qui jamais ne mentis,
Qui ressuscitas saint Lazare de la mort,
Et sauvas Daniel des lions,
Sauve mon âme de tous les périls,
Pour les péchés que je fis en ma vie! »
Il tendit son gant droit à Dieu;
Et saint Gabriel l'a pris dans sa main;
Sur son bras, Roland tenait sa tête inclinée;
Les mains jointes il est allé à sa fin.
Dieu envoya son ange Chérubin
Et saint Michel du Péril de la mer;
Avec eux vint saint Gabriel;
Ils portent l'âme du comte au Paradis.

Brano iniziale di un testo recitato nella pubblica piazza da un anonimo giullare della metà del XII secolo:

Eo, sinjuri, s'eo fabello,
lo bostru audire compello:
de questa bita interpello
e dell'altra bene spello.

Lor signori, se io parlo,
la vostra attenzione cerco:
commento questa vita
e l'altra vita esalto.

 

Le prime e ultime quartine di una composizione del cantastorie Aldo Fezzi detto Giubba (datata aprile 1951 e pubblicata dalla rivista "Il Cantastorie" n.47 gennaio/giugno 1994) in cui si narra di un omicidio commesso in gioventù da Pietro Pacciani, successivamente accusato di essere "il mostro di Firenze".


DELITTO A TASSINAIA DI VICCHIO,
SORPRENDE LA FIDANZATA CON L'AMANTE;
UCCIDE IL RIVALE A COLPI DI COLTELLO

I
Un grande tragico fatto è avvenuto
nel Comune Vicchio di Mugello
un giovanotto iniquo e folle
che a sentirlo ne desta pietà.

II
Tal Pier Pacciani ha ventisei anni
che a parlarne il sangue si ghiaccia
lui sta a Paterno poder detto La Laccia
oh sentite tutto quel che fa.

III
La ragazza si chiama Miranda
che è l'amante di Pier ne dà la prova
lei sta a Villore detto Casanuova
su il colle vicino a Maiol.

IV
A quattordici anni la pastorella
una sua avventura nel bosco
in lei niente c'era di nascosto
prematura donna rendeva lei già.
...............................
...............................

XVIII
La mattina a Vicchio era il mercato
lui tranquillo come a me ne frego
in una bottega di un certo Pellegro
molti lo videro a bere e giocar.

XIX
Ma purtroppo la cosa s'inoltrava
per Bonini ognuno era allarmato
a Tassinaia venne ritrovato
tra le foglie nascosto così.

XX
Giovanotti all'amore voi fate
è bene ognuno abbia la fidanzata
ma se sapete che è donna depravata
come il Pacciani non dovete far.

 

Torna indietro