Giovanni Boccaccio, con giovanile baldanza (all'epoca non aveva neppure trent'anni), si è cimentato in questo particolare campo, raggiungendo limiti difficilmente superabili, con il suo poema in terzine dantesche Amorosa Visione, dedicato dal poeta all'amata Fiammetta.
Al riguardo c'è da dire che Boccaccio, ancora adolescente, venne inviato dal padre a Napoli a far pratica bancaria presso la famiglia dei Bardi. Ma ben presto egli preferì abbandonare quelle incombenze e dedicarsi ad approfonditi studi letterari oltre che alla frequentazione della fastosa corte del re Roberto d'Angiò, ove ebbe modo di conoscere uomini dotti come il poeta Cino da Pistoia, nonché, soprattutto, di incontrare una misteriosa gentildonna napoletana, da lui poi cantata con il nome di Fiammetta.
Secondo alcuni riferimenti autobiografici sembra che la protagonista di questa storia d'amore sia Maria dei Conti d'Aquino, figlia naturale del re Roberto e sposa di un gentiluomo di corte, dal Nostro incontrata il sabato santo del 1336, nella chiesa di S. Lorenzo.
Fiammetta ispirò a Boccaccio tutte le sue opere giovanili, dal Filostrato al Ninfale Fiesolano, sino al romanzo Elegia di Madonna Fiammetta e alla Amorosa Visione.
Questo ponderoso testo poetico di 4.406 endecasillabi, suddivisi in 50 canti, composti da 29 terzine più il verso finale (salvo i canti XXVI, XLIV e L, rispettivamente di 30, 28 e 31 terzine più il verso finale), è uno dei più preclari esempi di acrostico che la letteratura mondiale ci abbia mai tramandato: un immenso gioco linguistico, chiuso entro le ferree leggi della metrica e della rima, di cui gli studiosi si resero, fortunosamente, conto soltanto alcuni secoli dopo la sua creazione.
Sembra incredibile; ma la verità è che leggendo dall'alto in basso - secondo il meccanismo dell'acrostico - tutte le lettere iniziali delle terzine e dei versi finali di ciascun canto (in totale 1.502 lettere), può accertarsi che esse formano esattamente i versi dei tre sonetti scritti da Boccaccio quale introduzione al poema, in cui (vedi il v. 15 del primo sonetto) è espressamente indicata la dedica a Fiamma.
È pur vero che lo stile, gli schemi e talvolta anche la metrica e la grafia di questi sonetti - i primi due caudati (ossia con tre e due versi in più rispetto alla forma classica del sonetto), il terzo caudato e rinterzato (ossia con un verso in più inserito entro ogni coppia di versi) - lasciano abbastanza a desiderare, secondo esegeti a nostro avviso troppo zelanti. Ad esempio, sembra poco elegante la ripetitività della rima "face" - "disface" ai versi 1 e 5 del secondo sonetto; i versi 3 e 5 dello stesso sonetto sono ipermetri; la locuzione "o chi che" (che vale "o chiunque") al primo verso del terzo sonetto è ritenuta cacofonica; l'uso transitivo del verbo "somigliare" al verso 18 dello stesso sonetto non appare corretto; e così via.
Peraltro è indubitabile che tali lievi pecche e licenze, così come qualche forzatura nella stesura del poema, siano pienamente giustificate dalle costrizioni che il Poeta si è imposto per raggiungere questo straordinario risultato; potendosi quindi concludere che, nonostante le perplessità talvolta espresse dalla critica, il lunghissimo acrostico della Amorosa Visione resta un capolavoro senza confronti.
I tre sonetti che fanno da proemio
alla Amorosa Visione
(I)
Mirabil cosa forse la presente
vision vi parrà, donna gentile,
a riguardar, sì per lo nuovo stile,
sì per la fantasia ch'è nella mente.
Rimirandovi un dì, subitamente,
bella, leggiadra et in abit'umile,
in volontà mi venne con sottile
rima tractar parlando brievemente.
Adunque a voi, cui tengho Donna mia
et chui senpre disio di servire
la raccomando, madama Maria;
e prieghovi, se fosse nel mio dire
difecto alcun, per vostra cortesia
correggiate amendando il mio fallire.
Cara Fiamma, per cui 'l core ò caldo,
que' che vi manda questa Visione
Giovanni è di Boccaccio da Certaldo.
(II)
Il dolce inmaginar che 'l mio chor face
della vostra biltà, donna pietosa,
recam'una soavità sì dilectosa,
che mette lui con mecho in dolcie pace.
Poi quando altro pensiero questo disface,
piangemi dentro l'anima 'ngosciosa,
cercando come trovar possa posa,
et sola voi disiar le piace.
Et però volend'i' perseverare
pur nello 'nmaginar vostra biltate,
cerco con rime nuove farvi i' onore.
Questo mi mosse, Donna, a compilare
la Visione in parole rimate,
che io vi mando qui per mio amore.
Fatele onor secondo il su' valore,
avendo a tempo poi di me pietate.
(III)
0 chi che voi vi siate, o gratiosi
animi virtuosi,
in cui amor come 'n beato loco
celato tene il suo giocondo focho,
i' vi priego c'un poco
prestiate lo 'ntellecto agli amorosi
versi, li quali sospinto conposi
forse da disiosi
voler troppo 'nfiammato; o se 'l mio fioco
cantar s'imvischa nel proferer broco,
o troppo è chiaro o roco,
amendatel acciò che ben riposi.
Se in sé fructo o forse alcun dilecto
porgesse a vo' lector, ringratiate
colei la cui biltate
questo mi mosse a ffar come subgiecto.
E perché voi costei me' conosciate,
ella somigli' Amor nel su' aspecto,
tanto c'alcun difecto
non v'à a chi già 'l vide altre fiate;
e l'un dell'altro si gode di loro,
ond'io lieto dimoro.
Rendete a llei 'l meritato alloro!
E più non dico 'mai,
perché decto mi par aver assai.
Amorosa Visione
Le prime 26 terzine del Canto I
Move nuovo disio la nostra mente,
donna gentile, a volervi narrare
quel che Cupido graziosamente
In vision li piacque di mostrare
all'alma mia, per voi, bella, ferita
con quel piacer che ne' vostri occhi appare.
Recando adunque la mente, smarrita
per la vostra virtù, pensieri al core,
che già temea della sua poca vita,
Accese lui di sì fervente ardore,
che uscita di sé la fantasia
subito entrò in non usato errore.
Ben ritenne però il pensier di pria
con fermo freno, ed oltre a ciò ritenne
quel che più caro di nuovo sentia.
In ciò vegghiando, in le membra mi venne
non usato sopor tanto soave,
ch'alcun di loro in sé non si sostenne.
Lì mi posai, e ciascun occhio grave
al sonno diedi, per lo qual gli agguati
conobbi chiusi sotto dolce chiave.
Così dormendo, in su liti salati
mi vidi correr, non so che temendo,
pavido e solo in quelli abbandonati,
Or qua or là, null'ordine tenendo;
quando donna gentil, piacente e bella,
m'apparve, umil pianamente dicendo:
"Se questo luogo solo a gire a quella
somma felicità, che alcun dire
non poté mai con intera favella,
Abbandonar ti piace, il me seguire
ti poserà in sì piacente festa,
ch'avrai sicuro e pieno ogni disire".
Fiso pareva a me rimirar questa
ed ascoltare intento sue parole,
quando s'alzò alla sua bionda testa,
Ornata di corona più che 'l sole
fulgida, l'occhio mio, e mi parea
il suo vestire in color di viole.
Ridente era in aspetto e 'n man tenea
reale scettro, ed un bel pomo d'oro
la sua sinistra vidi sostenea.
Sopra 'l piè grave, non sanza dimoro,
moveva i passi; e lei tacendo ed io,
pensato di volere suo aiutoro:
"Ecco", risposi "donna, il mio disio
è di cercar quel ben che tu prometti,
se a' tuoi passi di dietro m'invio".
"Lascia" diss'ella "adunque i van diletti,
e seguitami verso quell'altura
ch'opposta vedi qui a' nostri petti".
Allor lasciar pareami ogni paura
e darmi tutto a seguitar costei,
abbandonando la strana pianura.
Poi che salito fui dietro a costei
non già per molto spazio, il viso alzai
istato basso infin lì verso i piei;
Rimirandomi avanti, i' mi trovai
venuto a piè d'un nobile castello,
sopra a sogliar del quale io mi fermai.
Egli era grande ed altissimo e bello
e spazioso, avvegna che alquanto
tenebroso paresse entrando in quello.
"Siam noi ancora là dove cotanto
ben mi prometti, donna graziosa,
di dovermi mostrar?" diss'io intanto.
Ed ella allora: "Più mirabil cosa
veder vuoi prima che giunghi lassuso,
dove l'anima tua fia gloriosa.
Noi cominciammo pur testé quaggiuso
ad entrar a quel ben: quest'è la porta:
entra sicuro ormai nel cammin chiuso.
Tosto ti mostrerò la via scorta,
per la qual fia ad andarvi diletto,
se non ti volta coscienza torta".
Ed io: "Adunque andiam, ché già m'affretto,
già mi cresce il disio, sì ch'io non posso
tenerlo ascoso più dentro nel petto.
N.B. Le iniziali delle 26 terzine sopra trascritte danno, lette dall'alto in basso, il primo verso del primo sonetto: "Mirabil cosa forse la presente". Per ovvie ragioni di spazio non siamo andati oltre, assicurando tuttavia che l'acrostico di Boccaccio continua imperterrito sino alla fine del poema.